Music, science and technology – how do they inspire each other?

I publish a brief transcription of my statement given at the Nexus Pavilion of Science, Technology and Art at La Biennale di Venezia (Venice, Febraury, 2 and 3). Here the link to the event.

Music and the digital – music, science and technology – HOW do they inspire each other? Before trying to answer this question I would like to step back to a prior question: WHY do they inspire each other? The answer, at least in my experience, is simple: because mirroring one another they reveal unexpected features in a striking virtuous circle.

It is an idea I encountered for the first time while sudying maths at the university. There is a quite recent field, called Category Theory, which let you see some mathematical concepts from the point of view of other ones. So it let you take advantage of the framework of a specific branch of maths to study another one: to see some of its properties otherwise invisible or not that natural. The same can be done relating music and science, and in my brief speech I would like to focus on one aspect involved in this relation, in this mirroring process. This aspect is music ontology and its representations.

In fact my activity as a composer leads me on a continual reasoning about what music ontology might be referred to as, and, consequently, what music phenomenology might be referred to as. Where for music ontology, I mean the discipline which tries to define what music is, what the defining characters of its objects are and how they are related to each other. For music phenomenology, I mean the one which tries to define how we perceive all of the above. Of course these definitions are quite partial and they mostly show the features of my own topical interest.

So, let’s come to the point: how does music ontology relate to science and to the digital technologies? In my own knowledge and experience it does, and in at least two ways.

Firstly, as a mathematician I attempt to study music ontology in abstract frameworks. These frameworks sometimes reveal new and unexpected features of the musical objects and systems I am examining in depth. For example I am currently studying a generalization of chord-networks, while taking advantage of some interesting properties of iterated line graphs of tone-networks. Regardless of the results I am getting (and the ones I do hope to get!), this new abstract way of thinking is greatly inspiring me as a composer and theorist, offering me new perspectives on harmony. Graph theory is teaching me something on harmony. And conversely I am facing new and yet unexplored mathematical challenges.

Secondly my activity as a programmer leads me to study music ontology from the point of view of knowledge representation. As I am sure you all know, knowledge representation may be seen as a set of categories for programming and data representation which allow us to work handling data IN an articulated set of knowledge while, at the same time, AS an articulated set of knowledge. At the moment I am working on an artificial intelligence which composes variations on a melody in several different styles and in their eventual yet unknown combinations. At the beginning of the project this forced me to even think of how a melody might be formalized and digitally represented. This was done to ensure that my formalized melody would hold all of its ontological features taken from several different points of view. Today, this has quite changed the way I look at a melody. And conversely taught me a lot about coding.

I think the most interesting fact of these two ways in which music, science and technology relate to each other is that they not only do this but they also inspire each other. It is truly a virtuous circle. We need new mathematical objects and programming approaches to represent music ontologies. New music ontologies. And I feel that this gives both Art and Science precious life force.

© Giovanni Albini 2017, riproduzione riservata.

Meno dodici

Meno dodici

La sera del 31 maggio 2013 ho chiuso gli occhi senza sapere se il giorno dopo mi sarei risvegliato. Quello che alla mattina era stato solo un fastidioso formicolio alle dita si era trasformato in poche ore nella paralisi della mia parte destra, mi aveva privato della parola e mi annebbiava la vista. Le difficoltà nel comunicare quanto stavo male, la corsa in ambulanza, gli esami, i ritmi asimmetrici e stordenti della risonanza magnetica, i medici che andavano e venivono e mi ritrovai sfinito e confuso in un letto della Stroke Unit del Mondino di Pavia. Mi addormentai neanche troppo preoccupato del mio destino. Soffrivo dolori di un’intensità terribile. Volevo solo che tutto finisse. Trombosi venosa cerebrale. La scampai. E segnò un momento importante. Uno di quelli che determina necessariamente un prima e un dopo. Che mette in discussione le scelte, l’identità e le sicurezze.

Oggi rileggo quei momenti in un libro straordinario. Quando mi risvegliai al mio fianco c’era Pierdante: lo avevano ricoverato in coma in seguito ad un incidente stradale. Quando riprese conoscenza il suo ultimo ricordo datava 25 ottobre 2001. Più di undici anni di vita volatizzati. Racconta la sua esperienza in un libro fresco di pubblicazione edito da Mondadori: “Meno dodici: perdere la memoria e riconquistarla. La mia lotta per ricostruire gli anni e la vita che ho dimenticato.” Racconta quei giorni in cui ci siamo trovati nella stessa trincea. A sorreggerci e proteggerci. Brothers in arms. E poi la riconquista, passo per passo, della sua vita, della sua identità, della sua famiglia. Devo tanto al mio amico Pier, ha un ruolo importante nel mio dopo. Mi riempie di commozione e di gioia leggere la sua storia e la sua rivincita, e nel mio piccolo averne fatto parte.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Lo strano caso del ministro Giannini e di Giuseppe Verdi

Il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Stefania Giannini.

Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini.

Leggo oggi su La Repubblica.it (l’articolo al seguente link) che il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini è intervenuta in occasione della due giorni universitaria organizzata dal Partito Democratico nel Palazzo Garzolini dell’Università di Udine. Il sito in questione riporta un passaggio dell’intervento che riguarda l’alta formazione musicale; sembra infatti che il ministro abbia affermato che i conservatori «devono tornare ad essere scopritori e formatori dei futuri Verdi e Puccini, l’alta velocità musicale per chi ha le qualità.» E, ma qui manca il virgolettato – vai quindi a capire se è intervenuta la fantasia del giornalista – che è ora di dire basta con i conservatori musicali che insegnano a tutti.

Al ministro però andrebbe ricordato (spiegato?) un dettaglio importante, il che mi sembra già di per sé una prova incontrovertibile che le istituzioni che operano nella formazione musicale in Italia debbano allargare il loro campo d’azione piuttosto che restringerlo. Difatti non vedo come i conservatori possano tornare a scoprire e formare un Giuseppe Verdi, considerato che quando il nostro tentò di essere ammesso al conservatorio di Milano (che, ironia della sorte, oggi porta il suo nome) venne respinto. Quindi non fu certo un conservatorio a scoprire Verdi, né tantomeno a formarlo. E sarebbe così ancora oggi, forse, se i conservatori smettessero, come il ministro sembra proporre, di insegnare a tutti. Ma se così fosse condivideremmo a quel punto tutti (o quasi) la beata ignoranza musicale del ministro. Non avremmo bisogno allora di una cultura musicale, anche solo fatta di qualche nozione di base, né tantomeno della necessità di documentarci prima di formare le nostre idee o solo di aprir bocca in pubblico. E ci andrebbe bene così.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Capire, conoscere e riconoscere

Ci sono affermazioni che impastano le bocche d’abitudine. Frasi fatte tirate insieme sovrappensiero. Convenzioni, stereotipi, modi di dire, luoghi comuni: corrono veloci sulla punta della lingua, due balzi sul palato e con leggerezza ritornano al nulla. Un po’ come in quel gioco che si fa da bambini. Quello in cui una parola, a furia di ripeterla, cede alla ciclica musicalità dei suoi accenti e da segno si fa ritmo. Incessante, trasparente. Vuota di significato, libera da ogni peso semantico. Ché a pensarci bene una frase fatta serve proprio a quello, a prendere ben bene le distanze da quel che si dice. Così che dei suoi contenuti, che chissà poi da dove vengono, si è solo messaggeri occasionali. E, facendo la rima al niente, si svicola la fatica della partecipazione e del pensiero. La si fa franca e si chiude il discorso. È andata come è andata. Saluti e baci.

– Io questa musica non la capisco.

Conversazione conclusa. Vai a spiegare che due splendide note messe assieme grazie a Dio non si comprendono, quantomeno mai appieno, e che il loro fascino risiede proprio in quel tratto sfuggente e indefinito che tutto colora. L’anima delle cose: dal greco ànemos, vento. E chi lo acchiapperà mai il vento? Tutt’al più le cose si conoscono. Il sapere non si possiede, non si acquista, non si conclude. Quella con il sapere può essere piuttosto una relazione, una frequentazione. Chi vuole comprendere vuole avere. Chi vuole conoscere desidera essere. Occhio al paradosso, però. Per conoscere non basta riconoscere. E chi conosce viaggia verso il cuore profondo delle cose ben sapendo che è un viaggio senza fine. Conosce l’intimo segreto della linea dell’orizzonte. Che attira verso infiniti nuovi territori.

– Questi post io proprio non li capisco.

Come non detto.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Veloce e facile

Stringi stringi, ci sono due modi di insegnare.

Il primo è quello più semplice, e offre la certezza di tante regolette, norme e nozioni. È il metodo dei manuali, quelli con la ‘m’ minuscola, fatto di trasparenti obiettivi e di comode – presunte – verità.

Il secondo è più tortuoso. Di tutto evidenzia sempre l’inafferrabile complessità. Insegna che il sapere è senza confini e in quanto tale l’apprendimento è un viaggio meraviglioso e senza fine. Insegna che non esistono regolette, norme e nozioni che possano imbrigliare il mondo: che quella che possediamo sarà sempre solamente una mappa di un territorio in continua evoluzione.

Il primo è veloce e facile. Il secondo richiede tempo e lascia mille dubbi.

Il testo della “Buona Scuola” ieri sera ha passato l’esame della VII Commissione cultura. Un altro passo a tempo di record nel processo di approvazione della riforma. Svelto e senza esitazioni. Veloce e facile. Veloce e facile.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Il mio compleanno e i sogni di Einstein

Salvador Dalí, "La Persistenza della Memoria" (1931).

Salvador Dalí, “La Persistenza della Memoria” (1931).

Lo so bene: il post che mi accingo a scrivere ha tutto il sapore di quella filosofia spicciola e superficiale da bar, da telefonata distratta, da chiacchiericcio. Un lusso che mi concedo volentieri. Ma andiamo al punto.

Qualche giorno e compio trentatré anni. Così amici e parenti cominciano a chiedermi se ho qualche desiderio. Io ci penso e ci ripenso e mi rendo conto che, malgrado tutto, ho a disposizione più partiture da leggere e studiare, più strumenti da suonare, più idee da mettere in atto, più libri in cui perdermi, più film da guardare, più videogiochi da giocare, più risorse da cui attingere e, soprattutto, più persone a cui tengo da incontrare che tempo per farlo. Insomma, il mio unico desiderio sarebbe più tempo. Più tempo per fare tutte le cose di cui sopra. Più tempo per scoprirne di nuove ed appassionarmici. Più tempo per dimenticare e riscoprire. Più tempo per non dover scegliere a cosa rinunciare. Più tempo e basta. Ma, mannaggia la miseria, temo sia l’unica cosa che non possa ricevere in regalo.

Comunque, giusto per restare in tema con il mio blog, segnalo due film che affrontano l’argomento: In Time (2011) scritto e diretto da Andrew Niccol e About Time (in italiano, Questione di tempo, 2013) scritto e diretto da Richard Curtis. Nel primo, ambientato in un futuro in cui si è scoperto il segreto dell’immortalità, ognuno è programmato per morire un anno dopo il venticinquesimo anno di età (d’altronde non è mica il migliore dei mondi possibili), a meno di non ottenere più tempo, che in questa strana distopia si scambia come valuta corrente. Ed ecco allora che la maggior parte delle persone si spezza la schiena in cambio di altro tempo che spenderà lavorando. A qualcuno fischieranno le orecchie. Il secondo, apparentemente più leggero ma in realtà dai risvolti decisamente più profondi, racconta di una famiglia con uno strano potere: il viaggio nel tempo. Il protagonista del film non solo può rivivere gli avvenimenti della sua vita per cambiare il suo destino, ma può anche ritornare ai momenti più intensi quante volte vuole (a questo proposito il personaggio che ho trovato più bello è lo zio, vedere per credere…). Il tutto porta però ad una serie di questioni morali non da poco.

Concludo con un’incursione letteraria, tre citazioni da Einstein’s Dreams di Alan Lightman, purtroppo disponibile solo in due edizioni (2004 e 2012) in lingua originale (compratelo, o fatevelo regalare, è un libro straordinario): «Suppose time is a circle, bending back on itself. The world repeats itself, precisely, endlessly. For the most part, people do not know they will live their lives over. Traders do not know that they will make the bargain again and again. Politicians do not know that they will shout from the same lectern an infinite number of times in the cycles if time. Parents treasure the first laugh from their child a if they will not hear it again. Lovers making love the first time undress shyly, show surprise at the supple thigh, the fragile nipple. How would they know that each secret glimpse, each touch, will be repeated again and again and again, exactly as before?»

Poi, descrivendo un altro meraviglioso mondo: «Imagine a world in which people live just one day. Either the rate of heartbeats and breathing is speeded up so that an entire lifetime is compressed to the space of one turn of the earth on its axis—or the rotation of the earth is slowed to such a low gear that one complete revolution occupies a whole human lifetime. Either interpretation is valid. In either case, a man or woman sees one sunrise, one sunset.»

E ancora: «Suppose that people live forever. Strangely, the population of each city splits in two: the Laters and the Nows.The Laters reason that there is no hurry to begin their classes at the university, to learn a second language, to read Voltaire or Newton, to seek promotion in their jobs, to fall in love, to raise a family. In endless time, all things can be accomplished. Thus all things can wait. Indeed, hasty actions breed mistakes. And who can argue with their logic? The Laters can be recognized in any shop or promenade. They walk an easy gait and wear loose-fitting clothes. They take pleasure in reading whatever magazines are open or rearranging furniture in their homes, or slipping into conversation the way a leaf falls from a tree. The Laters sit in cafes sipping coffee and discussing the possibilities of life.»

Lette queste righe, cosa farete del vostro tempo?

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Liberi pensieri sul plagio e sul diritto d’autore

Pharrell Williams in preghiera mentre attende la sentenza.

Pharrell Williams in preghiera mentre attende la sentenza.

La recentissima multa da sette milioni di dollari a Robin Thicke e Pharrell Williams per la canzone Blurried Lines – ritenuta troppo simile a Got To Give it Up di Marvin Gaye – ha richiamato l’attenzione dei media. Probabilmente a causa della sanzione astronomica, che di per sé fa notizia. Io di fronte a queste multe sono sempre abbastanza scettico, a priori. Mi sembra quindi una buona occasione per offrire una veloce sintesi delle ragioni del mio generale scetticismo, una riflessione sulle paradossali problematiche legate al plagio.

Innanzitutto ritengo fondamentale sottolineare che comporre due canzoni che si somigliano nel contesto della musica leggera/commerciale è facilissimo, in particolare nell’ambito di uno specifico genere e di una produzione musicale che per sua natura di necessaria orecchiabilità e cantabilità ha sempre il sapore del già sentito. Senza contare che la produzione musicale dei giorni nostri è smisurata, e la probabilità di comporre involontariamente qualcosa di già scritto è altissima e aumenta inevitabilmente di giorno in giorno.

Inoltre quella prettamente musicale è solo una componente della canzone, un singolo aspetto di ciò che con essa viene venduto. Non dobbiamo dimenticare il testo e tutto quel fondamentale vestito sonoro offerto dall’arrangiamento e dall’interpretazione, dal sound di una band, dal timbro di una voce. E poi sappiamo tutti benissimo che a far funzionare una canzone sul mercato non è solamente la sua qualità intrinseca, ma anche (e spesso soprattutto) l’ingente e dispendioso lavoro di promozione e marketing che occupa i sedicenti artisti in questione per molto più tempo che la composizione musicale propriamente detta. La cornice che conta più del quadro. Nel caso di Blurried Lines Pharrel Williams ha candidamente ammesso di aver composto la canzone in soltanto un’ora. Credibilissimo. Impiega sicuramente più tempo ad essere truccato e agghindato per uno degli innumerevoli servizi fotografici a cui si sottopone. E in ogni caso quindi, anche una volta appurato il plagio, bisognerebbe considerare che la musica costituisce solo una parte del prodotto commerciale in questione: il risarcimento richiesto non può non tenerne conto.

Non è nell’interesse di chi produce questa musica arrischiarsi in eventuali controversie. Sono sempre scettico nel credere che il plagio sia volontario, in particolare quando riguarda produzioni milionarie. L’obiettivo ultimo è vendere, far soldi. Non rischiare di perderli scopiazzando qualcun altro per risparmiare qualche minuto.

Si parla tanto di diritto d’autore, ma poi tutte queste cause sono spesso intentate o dagli eredi o da altri aventi diritto. Insomma quella che dovrebbe essere una querelle tra compositori/artisti si trasforma sovente in una battaglia legale intentata da persone che, almeno moralmente, con l’opera non hanno niente a che vedere. Capisco che una casa discografica che ha investito un sacco di denaro, tempo e risorse in promozione voglia il suo tornaconto negli anni. Ma qui si parla di un tempo che arriva in alcuni stati al secolo dopo la morte dell’autore. Fanno tempo a nascere, mangiarci e morire i nipotini dell’artista e degli azionisti della società interessata. Siamo alla follia.

Chissà, magari un giorno qualche famoso cantautore regalerà la sua canzone più celebre al mondo intero: la renderà di pubblico dominio. E godrà di quello che gli altri faranno con il suo lavoro senza che gli debba essere chiesto niente. Ve li immaginate, chessò, gli U2 che rendono di pubblico dominio With or Without You? D’altronde per quanto tempo da vivi e da morti vogliamo guadagnare da ciò che facciamo? C’è bisogno di avere l’illusione di un eterno potere sulle cose per essere felici?

© Giovanni Albini 2015, riproduzione libera (!).

Piccola fantascienza anni 60

Corriere dei Piccoli 3 Gennaio 1960

Mentre percorro i miei 400km per andare ad insegnare la mente corre ad una copertina che da poco ho appeso nel mio studiolo. 3 gennaio 1960. La immaginavano così la famiglia dell’anno duemila: i tre figli a lavorare per il sistema solare e i genitori ad attenderli per festeggiare insieme il capodanno. Fantascienza, per i piccoli. Con quel caldo senso di unità familiare che Il Corriere dei Piccoli e autori intramontabili di quegli anni come Rodari e Guareschi seppero trasmettere.

Intanto l’uomo è andato sulla luna e qualche sua macchina poco più in là. Una cosa però questa pagina d’epoca l’ha centrata: si lavora lontano. E non è detto che si riesca sempre a tornare per riunirsi con la propria famiglia. Il che è bello e istruttivo, avrebbe concluso il mio omonimo Giovannino Guareschi. Istruttivo non saprei, bello no di certo.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Musica e censura, oggi, a New York

Giuseppe Veneziano, "La Madonna del Terzo Reich" (2009).

Giuseppe Veneziano, “La Madonna del Terzo Reich” (2009).

È possibile censurare della musica? Evidentemente sì. E non per qualche testo scomodo, ma per il contenuto musicale propriamente detto. La storia che sto per scrivere ha dell’incredibile, e ancora più incredibile è che la censura non è ad opera dell’ISIS o di qualche violento gruppo integralista o regime, ma di un’orchestra di New York. Tutto il mondo è paese. Soprattutto nelle contraddizioni.

Al centro dell’attenzione un lavoro sinfonico composto dal giovane compositore Jonas Tarm, ventunenne studente presso il New England Conservatory di Boston. Titolo: Marsh u Nebuttya, marcia verso l’oblio. Una partitura che incorpora citazioni di temi della Germania nazista e dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. L’intenzione è evidente e dichiarata: una critica in musica ai totalitarismi e agli orrori della guerra. Niente di più, niente di meno. L’opera è stata composta per la New York Youth Symphony; Tarm è risultato vincitore di un concorso di composizione e si è dedicato alla composizione di queste pagine in vista di un concerto presso la prestigiosa Carnegie Hall di New York. Peccato che il concerto sia stato annullato poiché, secondo gli organizzatori, i temi presenti possono offendere la sensibilità di qualche ascoltatore.

Certo, un paraplegico lanciato da un balcone (The Pianist, film del 2002 diretto da Roman Polanski, Palma d’oro al Festival di Cannes), oppure un ufficiale nazista che gioca al tiro all’uomo in un campo di concentramento (Schindler’s List, capolavoro del 1993 diretto da Steven Spielberg, due premi Oscar) sono consentiti, al cinema o in televisione in prima serata. Ed è bene che lo siano, perché rafforzano la memoria di un orrore che non vogliamo si ripeta. Una citazione di musica d’epoca nazista, invece, no. Contraddizioni. D’altronde viviamo in un’epoca in cui le guerre si chiamano interventi militari, operazioni di pace. Chiameremo la censura tutela della sensibilità. Tutto risolto.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Etica, estetica

Etica ed estetica

Etica ed estetica. Tre lettere soltanto separano le due parole, eppure un universo intero si frappone tra i due mondi concettuali che definiscono. Perché costantemente mi sembra che assistiamo ad una diffusa, lassista e presuntuosa etica dell’estetica, piuttosto che ad un’estetica etica. Giochi di parole? Non soltanto, purtroppo.

«Se non c’è talento, non c’è arte, e se non c’è anima retta, l’arte è inferiore, per quanto abile.» J. Ruskin

L’atteggiamento che più disturba è quello che, a favore di presunti genio e bravura, tutto consente. Come se ad essere strani, eccentrici, maleducati e rompiscatole si accentui un tratto artistico. La sregolatezza che nobilita il genio. Tralasciando tutta l’infinita (e facile) aneddotica tratta dalla musica commerciale, dal mondo dello spettacolo, dal cinema e dalle arti visive e plastiche, mi sovviene quella chitarrista (tirate pure ad indovinare) che chiede a chiunque suoni il suo strumento – magari prestato su sua richiesta, per verificare l’acustica di una sala – di lavarsi le mani. Tre volte, e può capitare che le annusi per essere sicura dell’avvenuta abluzione. O di quel violoncellista che recentemente ho sentito con le mie orecchie interrompere il concerto per chiedere una caramella per una signora in seconda fila che aveva dato due colpi di tosse. Indicandola infastidito dal palcoscenico tra le risate del pubblico paraculo. La simpatia. Più che etica etiquette, ma comunque… Oppure ancora il celeberrimo (e certo non povero) compositore giurato di concorso che si accorda con quello che (forse) indicherà come vincitore per la spartizione del premio in denaro. Concussione. Eh, i geni.

Che poi proprio la musica dovrebbe essere un’occasione di educazione etica, un’esperienza che prepara alla collettività, all’ascolto e al rispetto dell’altro, al servizio, umile e disinteressato, alla condivisione, alla collaborazione e all’impegno. E il fine è una bellezza che non si dovrebbe sporcare mai con l’individualismo, con atteggiamenti prepotenti ed elitari. Mi piacerebbe un’estetica al servizio dell’etica. E non un’etica distorta piegata al marketing di una fittizia estetica. Certo finché lo studio approfondito della musica è inteso soltanto come attività professionalizzante e non come esperienza formativa fondamentale (e per tutti) non si va lontano. E non c’è da stupirsi che a volte sia più il piacere di mettersi in mostra che quello di suonare/comporre e godere di ciò che si sta suonando/componendo a motivare gli studi. Mi torna alla mente quella giovane studentessa (di master universitario in composizione) che una volta mi disse: «ti invidio, tu scrivi musica che ti piace, che ascolteresti.» Valle a spiegare che forse ha sbagliato corso di studi o quantomeno approccio. Ma compositore è un bell’epiteto di cui fregiarsi.

E comunque no: se qualcuno sta pensando che qualche diploma o saper fare bene qualcosa lo autorizzi a dar sfogo ai suoi inutili capricci si sbaglia. Non significa che è un artista. La sua presunta bravura non scusa nulla. Resta solo uno sfrontato scocciatore. E forse anche io, con questo post di sfogo, corro il rischio di esserlo.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.