Racconto (?): “Le cattedrali notturne”

William Congdon - India, Temples No.1 (1954).

William Congdon – India, Temples No.1 (1954).

Non ricordo quale popolo antichissimo sostenne che il futuro è alle nostre spalle, che percorriamo il nostro destino camminando all’indietro – inevitabilmente alla cieca – lo sguardo volto ad un passato che sfugge in prospettiva e si perde all’orizzonte. Ebbene, mi succede spesso, soprattutto la notte, di soffrire l’angosciosa incertezza del domani e di avventurarmi, cercando un qualche conforto, nella fitta foresta dei miei ricordi. In principio è tutto un intricato labirinto di memorie pulsanti: mi lambiscono e mi trascinano nei loro profumi densi, nei colori vividi, nelle trame che sento come radici sotto i piedi, come foglie tra le mani e tra i capelli. Ma passo a passo, più mi allontano dal presente più la mia foresta sembra come lasciarsi avvolgere da una lieve foschia, si fa silenziosa, immobile e a tratti impenetrabile. Fino a che passeggio in un arido deserto di pietra, e quelli che furono alberi, fiori e cespugli sono ora fossilizzati in muri e colonne, in un tempio buio che il tempo lentamente erode. E non rimane infine che sabbia mentre in lontananza sembra di distinguere le alte e inaccessibili cattedrali delle occasioni mancate, delle alternative, dell’immaginazione. Rinuncio a capire il tempo e ritorno alle piccole paure del presente. Stanco del lungo viaggio prendo nuovamente sonno e mi perdo in qualche sogno.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Due conferenze

Conferenze Luglio 2016
Segnalo due appuntamenti: domani, 1 luglio 2016, interverrò alla giornata di studi La dinamica della percezione, Castello Visconti di San Vito – Somma Lombardo (Varese), ore 15; il giorno seguente terrò una lezione per Conoscenza in festa – desiderio, metodi e nuovi saperi, sede Fondazione CRUP – Udine, sempre alle ore 15. Nella prima parlerò dell’ipotesi di alcune percezioni di rimando indotte dall’ascolto di determinati percorsi armonici (passando per un po’ di geometria e teoria dei grafi); nella seconda strizzerò l’occhio alle intelligenze artificiali musicali, alle reti neurali, con una puntatina alle opinioni di Andrew Keen per finire con alcune considerazioni su delle splendide installazioni multimediali di Roberto Pugliese. Chi vuol essere lieto, sia.

Il libro di sabbia, dei solfeggi

Solfeggio

«Lo aprii a caso. La scrittura mi era sconosciuta. Le pagine, che mi sembrarono consumate e di tipografia scadente, erano stampate su due colonne alla maniera di una bibbia. Il testo era fitto ed era ordinato in versetti. Sugli angoli superiori delle pagine c’erano numeri arabi. Mi colpì che la pagina pari portasse il numero (mettiamo) 40.514 e la seguente pagina dispari il numero 999. La voltai; l’altro lato aveva un numero di otto cifre. Vi era una piccola illustrazione, come si vede spesso nei dizionari: un’ancora disegnata a penna, come dalla mano maldestra di un bambino. Fu allora che lo sconosciuto mi disse: “La guardi bene. Non la vedrà mai più”.» J. L. Borges

Forse dovrei leggere letteratura meno astratta e sognante. Ma l’ispirazione per i miei progetti sarebbe allora meno nobile. Ecco insomma in poche parole la nuova follia a cui sto lavorando: il libro infinito di solfeggi. Ne genererà di sempre nuovi, di ogni tipo, con vari aiuti abilitabili per facilitare la didattica e l’apprendimento e permetterà di decidere nel minimo dettaglio cosa contengono gli esercizi. Includerà inoltre un manuale completo di tecnica del solfeggio. Ci lavoro da poco più di una settimana, implementando ovviamente un po’ di librerie che avevo già sviluppato di intelligenza artificiale musicale, e sembra crescere bene. Sarà in italiano per Windows. Se verrà bene tradurrò in inglese e valuterò anche versioni per iOS e Android. Non so ancora se e quanto costerà e su che canali verrà eventualmente venduto.

Un passo per volta.

Una pagina di codice per volta.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Il mercante abissino

"Market Place Outside the Gates of Cairo", Leopold Carl Muller, 1878

Leopold Carl Muller, “Mercato alle porte de Il Cairo” (1878).

In un assolato pomeriggio d’estate un mercante mi raccontò della sua terra e delle bizzarre genti che l’abitavano. Mi disse, non senza suscitare incredulità e stupore, di provenire da un villaggio presso il quale era proibito anche solo nominare i defunti. Così che quando qualcuno spirava nessuno ne dava notizia, e l’imbarazzo che suscitava il nome del morto nel ciarlare distratto di qualche sprovveduto – o di un forestiero ignaro – diventava l’unica prova tangibile del trapasso avvenuto. Le persone, e con loro ogni cosa andata, svanivano dalle bocche e dai pensieri, mentre era invece diffusa la strana abitudine di riferire incessantemente dei cari ancora in vita, come a voler radicare la loro presenza con l’ausilio della parola. Quasi si temesse che a non trovarli nei discorsi questi sarebbero inevitabilmente scomparsi.

Accortosi che non prestavo particolare attenzione alle sue carabattole e che stavo per allontanarmi, lo straniero rincarò la dose. Mi narrò quindi del villaggio attiguo al suo natale, anch’esso contraddistinto da un misterioso tabu. Tra quelle genti era infatti per converso vietato riferirsi a qualcuno ancora in vita. Si riteneva deprecabile il tentativo di racchiudere nella logica di un discorso la complessità in divenire di ogni essere, vivente e non. Di una cosa o di una persona era possibile parlare solo quando questa fosse ormai compiuta e non prima di allora.

Io continuavo a non trovare particolare interesse per le merci e il caldo della penombra di quella rozza bancarella iniziava a sfinirmi, per quanto trovassi tuttavia estremamente divertenti e paradossali i racconti dell’abissino, nonché i capricci beffardi del destino nell’accoppiare i vicini su questa terra. Il mercante non si decideva a mollare la presa e mi raccontò infine del perché lasciò il suo villaggio e si mise a vagare per il mondo. Mi confidò di essersi innamorato parecchi anni addietro di una giovane del villaggio contiguo. Non potendo descriverle ciò che provava senza scandalizzarla e oltraggiare la sua cultura si rassegnò ad amarla segretamente e finì con l’assistere al suo sposalizio con un altro uomo, secondo le complicate tradizioni di quel popolo che ben mi raccontò ma che ora non riesco a ricordare. Solo allora, asciugata ogni speranza, lei avrebbe potuto ascoltare la sua confessione d’amore. Ma ormai, essendo esaurita ogni passione, era lui a non poterne (e volerne) più parlarne. Scappò allora da lei, da quei luoghi e da quelle antiche leggi ed interdizioni. E approdò a quel mercato, con le sue cianfrusaglie cariche di simboli arcani e misteriosi tanto quanto la sua gente e le sue storie.

Evitai di precisare che avrebbe potuto manifestare il suo amore anche senza proferire una singola parola, finsi di commuovermi, comprai un minuscolo ed economico monile, e ritornai nella confusione della folla.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Meno dodici

Meno dodici

La sera del 31 maggio 2013 ho chiuso gli occhi senza sapere se il giorno dopo mi sarei risvegliato. Quello che alla mattina era stato solo un fastidioso formicolio alle dita si era trasformato in poche ore nella paralisi della mia parte destra, mi aveva privato della parola e mi annebbiava la vista. Le difficoltà nel comunicare quanto stavo male, la corsa in ambulanza, gli esami, i ritmi asimmetrici e stordenti della risonanza magnetica, i medici che andavano e venivono e mi ritrovai sfinito e confuso in un letto della Stroke Unit del Mondino di Pavia. Mi addormentai neanche troppo preoccupato del mio destino. Soffrivo dolori di un’intensità terribile. Volevo solo che tutto finisse. Trombosi venosa cerebrale. La scampai. E segnò un momento importante. Uno di quelli che determina necessariamente un prima e un dopo. Che mette in discussione le scelte, l’identità e le sicurezze.

Oggi rileggo quei momenti in un libro straordinario. Quando mi risvegliai al mio fianco c’era Pierdante: lo avevano ricoverato in coma in seguito ad un incidente stradale. Quando riprese conoscenza il suo ultimo ricordo datava 25 ottobre 2001. Più di undici anni di vita volatizzati. Racconta la sua esperienza in un libro fresco di pubblicazione edito da Mondadori: “Meno dodici: perdere la memoria e riconquistarla. La mia lotta per ricostruire gli anni e la vita che ho dimenticato.” Racconta quei giorni in cui ci siamo trovati nella stessa trincea. A sorreggerci e proteggerci. Brothers in arms. E poi la riconquista, passo per passo, della sua vita, della sua identità, della sua famiglia. Devo tanto al mio amico Pier, ha un ruolo importante nel mio dopo. Mi riempie di commozione e di gioia leggere la sua storia e la sua rivincita, e nel mio piccolo averne fatto parte.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Matteo 26,24

Antichi graffiti dell'isola di Sulawesi.

Antichi graffiti dell’isola di Sulawesi.

Il vecchio lasciava che le foto gli scivolassero tra le dita. E teneva gli occhi chiusi per evitare che uno di quei ricordi lo invadesse, trascinando la memoria in una vertiginosa allucinazione. Non gli restava molto. L’unico desiderio era andarsene dolcemente. Perdendosi in un ronzio lontano, nei rumori che provenivano dalla strada soffocati dalle tende e prima ancora dai vetri spessi. Intanto le foto bruciavano in un rogo improvvisato e portavano con sé il peso di ogni istante. Liberavano l’uomo dalla certezza di essere esistito. Finché non fu che la cenere e il vecchio poté esalare sereno il suo ultimo respiro.

Ed eccola allora la voce lieve di un dio beffardo, o di un suo emissario o della coscienza miserabile di chi non è più su questa terra: «rivivrai ora nuovamente, eternamente ed incessantemente tutta la tua vita, attimo per attimo. Impotente di fronte al dolore tuo e di chi ti circonda. Vedrai ogni occasione persa, ogni sorriso mancato, ogni piaga che hai stuzzicato. Tuoi saranno tutti i rimorsi e tutti i rimpianti: il silenzio che hai cercato ti sarà insopportabile.» E del vecchio non fu più nulla.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Lo strano caso del ministro Giannini e di Giuseppe Verdi

Il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Stefania Giannini.

Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini.

Leggo oggi su La Repubblica.it (l’articolo al seguente link) che il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini è intervenuta in occasione della due giorni universitaria organizzata dal Partito Democratico nel Palazzo Garzolini dell’Università di Udine. Il sito in questione riporta un passaggio dell’intervento che riguarda l’alta formazione musicale; sembra infatti che il ministro abbia affermato che i conservatori «devono tornare ad essere scopritori e formatori dei futuri Verdi e Puccini, l’alta velocità musicale per chi ha le qualità.» E, ma qui manca il virgolettato – vai quindi a capire se è intervenuta la fantasia del giornalista – che è ora di dire basta con i conservatori musicali che insegnano a tutti.

Al ministro però andrebbe ricordato (spiegato?) un dettaglio importante, il che mi sembra già di per sé una prova incontrovertibile che le istituzioni che operano nella formazione musicale in Italia debbano allargare il loro campo d’azione piuttosto che restringerlo. Difatti non vedo come i conservatori possano tornare a scoprire e formare un Giuseppe Verdi, considerato che quando il nostro tentò di essere ammesso al conservatorio di Milano (che, ironia della sorte, oggi porta il suo nome) venne respinto. Quindi non fu certo un conservatorio a scoprire Verdi, né tantomeno a formarlo. E sarebbe così ancora oggi, forse, se i conservatori smettessero, come il ministro sembra proporre, di insegnare a tutti. Ma se così fosse condivideremmo a quel punto tutti (o quasi) la beata ignoranza musicale del ministro. Non avremmo bisogno allora di una cultura musicale, anche solo fatta di qualche nozione di base, né tantomeno della necessità di documentarci prima di formare le nostre idee o solo di aprir bocca in pubblico. E ci andrebbe bene così.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Sulle tracce dei romiti ircani

Jacopo Palma il Giovane - San Girolamo penitente.

Jacopo Palma il Giovane – San Girolamo penitente.

Alcune leggende raccontano di un ordine monastico che trovò rifugio in una remota isola del mar Caspio, su di un timido lembo di terra e scogli che oggi sarà andato ormai sommerso. Sembrerebbe che ai suoi adepti venisse insegnato di rifuggire ogni qualsivoglia forma di semplificazione. Di sforzarsi nel rifiuto di qualunque processo di astrazione, di categorizzazione, di ordine concettuale e tassonomico. Si dice infatti che i più disciplinati tra loro praticassero l’uso di una lingua dal vocabolario infinito ed in perenne espansione: siccome ogni cosa è diversa, ed è diversa da sé stessa passata e futura, ebbene così ogni cosa doveva essere chiamata con nomi sempre nuovi. L’impossibilità nella comunicazione derivata da questa pratica faceva inevitabilmente sì che i monaci che vi si dedicavano vivessero in un’incessante e trascendente conversazione solitaria che si nutriva della natura cangiante e sfuggente dell’universo tutto. E a chi scrive piace pensare che alcuni simboli dei loro stravaganti ed immensi alfabeti siano sopravvissuti, e abbiano guidato indovini e chiromanti, abbozzato e scolpito l’iconologia di pregiati tarocchi, il profilo di geroglifici ancestrali e la foggia di indecifrabili formule alchemiche.

Antiche fonti paleocristiane riportano poi di alcuni mistici che pare si arresero alle fascinazioni della speculazione, concentrando l’attenzione su concetti così profondi e barocchi da richiedere vite intere per essere compresi e altrettante per essere di nuovo trasmessi. Così che chi riusciva a raggiungere vertiginose vette di conoscenza non sembra avesse poi il tempo di trasmettere ciò che aveva imparato, e ognuno finiva con il perseverare in uno studio dagli esiti unici e impenetrabili. Un misterioso frammento ipotizza inoltre che questi ultimi anacoreti condivisero la ferma fede in un dio sapiente e meschino che nascose il segreto di ogni cosa all’interno di idee inaccessibili all’uomo. Idee che non possono essere abbracciate dall’arco di esistenza dell’intelligenza collettiva dell’umanità intera. E che tale fede li abbia rincuorati di un’esistenza degna e affrancata dalla schiavitù di falsi miti.

Perché mai tali pacifici eremiti finirono con l’estinguersi rimane tuttora un mistero, anche se recentissimi studi hanno portato alla luce le tradizioni di una tribù che pare abbia abitato un arcipelago non distante dall’isola suddetta. Gente che fece proprio il culto della velocità, della semplificazione e dell’estrema sintesi. E che dividendo il mondo in banali dicotomie – bene e male, noi e loro… – finì per implicita necessità di sopravvivenza agli ovvi accostamenti e a far fuoco e fiamme di tutto ciò che non si allineasse con la loro visione. Poco si sa di quella tribù, che pure a lungo sopravvisse, prosperò e si disperse, perché poco c’è in effetti di interessante da sapere. Senonché essa ispirò numerose civiltà: anche l’infinito poté allora avere un nome, gli alfabeti si fissarono e queste poche inutili righe possono adesso essere scritte e concludersi.

L’idea di questo breve racconto di fantasia nasce da una notizia ben nota a matematici e curiosi: la strana storia di Shinichi Mochizuki. Per farla breve il matematico giapponese avrebbe dichiarato tre anni fa di aver risolto la questione di una celebre congettura e avrebbe pubblicato online la sua dimostrazione. Unico problema: è lunga oltre cinquecento densissime pagine che introducono concetti matematici nuovi e di notevole astrazione. Insomma solo per leggerla e capirla ci vogliono forse degli anni (Mochizuki ha impiegato dieci anni per elaborarla, in una branca specifica della matematica di cui era esperto), immaginiamoci per verificare che tutto quello che c’è scritto non contenga errori. La comunità scientifica rimane quindi scettica, vale la pena dello studio e dell’approfondimento? Non esiste una via più semplice e più veloce? Per qualche ragione mi affascina l’idea che no, non esiste una via più semplice. Che ci siano concetti che richiedono una vita intera per essere edificati. A ricordarci che non sempre si può imboccare una scorciatoia. Che nulla è così semplice anche se a volte tale può apparire.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Su Marte ci andrei anche, ma con un buon libro

The Martian

Nessuno tocchi Marte! Dopo i capolavori di Bradbury, Wells e Clarke e la pletora di pagine, fumetti e lungometraggi dedicati al pianeta rosso credo che prima di calpestare con l’inchiostro o con la pellicola la sua sabbia forse ci si dovrebbe fermare a riflettere. Riflettere se si ha da dire qualcosa di nuovo o di quantomeno interessante. Ebbene, si sarà capito, Sopravvissuto – The Martian, ultima fatica di Ridley Scott, al cinema da poco meno di una settimana, non mi è piaciuto. Almeno l’omonimo libro di Andy Weir che ha ispirato il film è un virtuosismo di dettagli tecnici. Dettagli che a mio parere nel film sembrano perdersi nel contorno, così come rimane poco o nulla della claustrofobia e della fatica. Il rischio, il brivido. Ci sono film che li guardi e pur avendoli già visti restano avvincenti. Si sa già chi vive e chi muore ma fissano nella scena l’attesa, il dubbio, l’ansia e la paura. The Martian invece mi ha annoiato alla prima visione: l’ottimismo che trasudava mi è sembrato istillare in ogni impresa riuscita del protagonista il sapore dell’ovvio, del deus ex machina. Mi ha fatto anche sorridere rivedere Matt Damon e Jessica Chastain ancora insieme in un film sui viaggi spaziali: neanche un anno fa calcavano le scene di Interstellar; il casting e la memoria hanno il loro peso. Magari è solo una questione di gusti, oppure Ridley Scott ha perso davvero un po’ del suo fanta-tocco. Chissà. A tanti è piaciuto, magari mi sbaglio io.

In ogni caso libro e film mi hanno portato alla memoria un romanzo che lessi poco più di due anni fa: Prigioniero del silenzio (titolo originale No Man Friday) di Rex Gordon (1956). Il soggetto è identico a quello di Weir, un moderno Robinson Crusoe che combatte l’ostile ambiente marziano con la scienza e una tecnologia rudimentale di riciclo. Non scrivo altro perché il libro offre alcuni colpi di scena che regalano una chiave di lettura completamente diversa e meno stucchevolmente ottimista dell’ingegno e dell’operosità dell’uomo. Un testo profondo e non scontato con forti tratti esistenzialisti. Per metà del tempo parteciperete alla lotta per la sopravvivenza, per un’altra metà ci sarà da riflettere. Ci sono ben due edizioni della collana Urania, Mondadori, da cercare sulle bancarelle: Urania n.168 (1958) e Classici Urania n.27 (1979). Buona caccia!

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.