Mondi paralleli, l’Op. 115 e il Quintetto K581

Un momento della conversazione concerto (foto di Roberta Briganti).

Oggi, a Milano presso la Palazzina Liberty in Largo Marinai d’Italia, ho introdotto l’esecuzione del Quintetto Op. 115 di Brahms – anticipato da un movimento del Quintetto K581 di Mozart, per la conversazione-concerto Il Maestro e il Virtuoso – Intorno al Quintetto op.115 per clarinetto e archi di J. Brahms, nel contesto della XXIV stagione di Milano Classica. Agli strumenti Le Cameriste Ambrosiane e Marco Giani. Riassumo qui brevemente quanto ho esposto.

Il Quintetto per clarinetto e archi Op. 115 di Johannes Brahms è stato riconosciuto fin dalle sue prime esecuzioni non soltanto quale caposaldo del repertorio clarinettistico, ma anche e soprattutto come uno dei massimi capolavori della musica da camera. Presentare un’opera così importante e profonda in pochi minuti è estremamente difficile. Ho scelto quindi di impostare per intero il mio breve intervento lungo una direzione, un’unica chiave di lettura, che tenti di dare ordine alla mia introduzione a fronte della generosa mole di contenuti, riflessioni e aneddoti ai quali l’Op. 115 conduce – e nei quali è oltremodo facile perdersi: il parallelo con un altro straordinario quintetto per clarinetto e archi, quello in La maggiore K581 di Wolfgang Amadeus Mozart.

Entrambe le composizioni sono pietre miliari per i clarinettisti e più in generale per la musica da camera.

Il primo parallelismo è evidente: entrambe le composizioni sono pietre miliari per i clarinettisti e più in generale per la musica da camera. Fondamentalmente per due ragioni: innanzitutto entrambe mettono in luce e allargano lo spettro delle potenzialità idiomatiche ed espressive dello strumento. E nel far ciò non lo limitano a ruolo di solista, ma ne fanno un primus inter pares, approfondendo e svelando colori, sonorità e impasti che sorprendentemente amalgamano il timbro del clarinetto e quello degli archi, raggiungendo una magistrale fusione timbrica e parità nel dialogo strumentale. Ma come è possibile che sia Mozart che Brahms abbiano potuto dimostrare tale maestria nell’approcciare il clarinetto?

Entrambi i compositori furono ispirati e guidati da virtuosi.

La risposta conduce ad un secondo parallelismo tra l’Op. 115 e il Quintetto K581: entrambi i compositori furono ispirati e guidati da virtuosi, dai massimi clarinettisti del loro tempo, Anton Stadler (Mozart) e Richard Mühlfeld (Brahms). E se la duratura amicizia (nonché la ‘fratellanza’ massonica) tra Stadler e Mozart consente un percorso di composizione e ricerca sulla strumento che conduce anche al Trio K498 e al Concerto K622, così dall’incontro tra Brahms e Mühlfeld non nasce solo l’Op. 115, ma anche (guarda caso) come per Mozart un Trio, l’Op. 114.

Entrambe le opere ebbero una genesi rapidissima e, se così si può dire, inaspettata.

Sorprende peraltro pensare che entrambe le opere ebbero una genesi rapidissima e, se così si può dire, inaspettata. Ecco allora un terzo parallelismo. Mozart compone il suo quintetto mentre è al lavoro sulle prime bozze del Così fan tutte (tra l’estate e l’autunno del 1789); schiacciato dai debiti si dedica ad una partitura che pare sia stato presentata per la prima volta ad un concerto di carità (nel dicembre del 1789) da cui Mozart non guadagnò nulla. Altrettanto miracolosa è la gestazione dell’Op. 115: terminata l’Op. 111 Brahms aveva deciso di concludere anche la sua carriera di compositore. Sarà l’incontro con Mühlfeld a Meiningen, che ascolterà proprio sulle note del quintetto mozartiano, a infondergli nuova linfa creativa. E curiosamente come Mozart lavorerà al quintetto d’estate (poco più di un secolo dopo, 1891) e la prima sarà in dicembre.

Entrambe sono opere della maturità.

Entrambe sono opere della maturità, nella parte finale della produzione dei due compositori. Colpisce, soprattutto per Brahms che all’epoca aveva quasi sessant’anni, il loro tratto per nulla reazionario, ma piuttosto caratterizzato da un gesto di scrittura pienamente sicuro e consapevole.

I due quintetti presentano parallelismi nelle scelte formali e nel contenuto musicale.

Un ultimo parallelismo lo si trova nella struttura formale e nel contenuto delle due composizioni. In particolar modo nel quarto tempo che in entrambi i casi è nella forma di tema con variazioni, scelta particolare nel caso di Mozart, nella cui produzione il quarto tempo aveva convenzionalmente forma di Rondò. Cinque variazioni in entrambe le opere, senza lasciare dubbio al gusto della citazione nell’opera brahmsiana. Citazione che ritorna anche nel secondo tempo, che in entrambi i quintetti esplora il suadentissimo impasto garantito dagli archi con sordina che dialogano con il clarinetto. George Dyson ha inoltre sottolineato in una sua celebre analisi degli anni Trenta del secolo scorso l’insistenza nei temi del quintetto di Brahms sulla terza minore, intervallo peraltro simbolo e cardine dell’ambiguità tonale tra modo maggiore e modo minore; bizzarro che il primo tema del quintetto di Mozart inizi proprio con quell’intervallo. Infine non si può trascurare la somiglianza dei due incipit del primo movimento: con gli archi da soli per alcune battute e poi con l’ingresso esuberante del clarinetto su un arpeggio ascendente che conduce in una sola battuta dai toni gravi e sommessi dello chalumeau ai più acuti del registro del clarino.

© Giovanni Albini 2017, riproduzione riservata.

Bibliografia

  • Dyson, George: Brahms’s Clarinet Quintet, Op. 115, in The Musical Times, pp. 316-319, Aprile 1935.
  • Lawson, Colin: Brahms: Clarinet Quintet, Cambridge University Press, 1998.
  • Poggi, Amedeo; Vallora, Edgar: Brahms, Einaudi, 1997.
  • Poggi, Amedeo; Vallora, Edgar: Mozart, Einaudi, 1991.
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