Mozart, tra dadi e frattali

Il problema della carta stampata, al contrario di tutto ciò che si propone sulla rete, è che non sempre quello che è stato pubblicato è facilmente rintracciabile. In particolare quando si ha a che fare con riviste o magazine. Ieri sera, mentre ascoltavo al Cagnoni di Vigevano la Sinfonia n.40 di Wolfgang Amadeus Mozart, mi sono tornati alla mente due articoli che scrissi ormai tre anni fa per IL – Intelligence in Lifestyle, il mensile de Il Sole 24 Ore. Uno su un’ipotesi di struttura frattale nella sopracitata sinfonia, l’altro sui giochi musicali con dadi di Mozart. Domenica nostalgica, tra matematica e musica.

Albini, Giovanni: Mozart e le strutture frattali, approfondimento musicologico divulgativo per il magazine de il Sole 24 ore “IL – Intelligence in Lifestyle”; N.37. Gennaio 2012. p. 136.

Albini, Giovanni: Mozart e le strutture frattali, articolo per il magazine de il Sole 24 ore “IL – Intelligence in Lifestyle”; N.37. Gennaio 2012. p. 136.

«É sicuramente una delle composizioni più note di Wolfgang Amadeus Mozart: carica di tensione eppure perfetta espressione di equilibrio formale. La Sinfonia in Sol minore n.40 K550, composta nella tradizionale tonalità dell’affanno e della disperazione, presenta nel primo tempo un passaggio armonico di estrema arditezza: la sezione centrale, lo sviluppo, inizia bruscamente in Fa diesis minore, una tonalità lontanissima da quella di impianto di Sol minore. Un passaggio brusco,  apparentemente solo un gesto di estrema incisività drammatica. Eppure l’origine di questa modulazione si potrebbe ricondurre proprio al tema di questa sinfonia, in cui a farla da padrone è l’insistenza sul semitono discendente. Così, come le prime due note del tema, Mi bemolle e Re, ostinatamente ripetute, distano tra loro un semitono – la ‘distanza’ più piccola tra due note nel nostro sistema musicale – allo stesso modo le armonie dei due blocchi formali che compongono il primo tempo della composizione distano tra loro un semitono. Sol minore e, proprio un semitono più nel grave, Fa diesis minore. Quello che è avvenuto nel piccolo, nella melodia, avviene identico nel grande, nell’armonia. Una logica strutturale eccezionale che ricorda quella di un ‘frattale’, un oggetto geometrico che ripete la sua struttura su scale diverse. Come in natura alcuni alberi, in cui la forma dei rami è simile a quella dell’albero intero. E matematica, natura ed emozione sembrano compiersi intrecciate nel genio di Mozart» (Albini, Giovanni: Mozart e le strutture frattali, articolo per il magazine de il Sole 24 ore “IL – Intelligence in Lifestyle”; N.37. Gennaio 2012. p. 136).

Albini, Giovanni: Mozart, una coppia di dadi e quattrocento milioni di valzer, articolo di approfondimento ed infografica musicale per l'agenda musicale del magazine de il Sole 24 ore “IL – Intelligence in Lifestyle”; N.41. Maggio 2012. p. 144.

Albini, Giovanni: Mozart, una coppia di dadi e quattrocento milioni di valzer, articolo di approfondimento ed infografica musicale per l’agenda musicale del magazine de il Sole 24 ore “IL – Intelligence in Lifestyle”; N.41. Maggio 2012. p. 144.

«É la sua risata immortale che ne Il Lupo della Steppa di Hesse echeggia sulle vite di tutti gli uomini. La risata di chi ha regalato al mondo alcuni dei più importanti capolavori della storia della musica. Forse non tutti sanno però che a Mozart viene attribuito anche un gioco vero e proprio, che permette di comporre semplici valzer mediante l’impiego di due dadi da sei e di alcune tabelle, consentendo anche a chi non conosce la musica di divertirsi creando brevi composizioni. Quella dei ‘Musicalische Würfelspiele’, letteralmente ‘giochi musicali con dadi’, è stata una vera e propria moda in Europa tra la fine del diciottesimo secolo e l’inizio del diciannovesimo, tanto che anche compositori del calibro di Franz Joseph Haydn, Carl Philipp Emanuel Bach e Johann Philipp Kirnberger ne realizzarono e pubblicarono alcuni riscuotendo un notevole successo. Ancora oggi si discute se la paternità del gioco di Mozart sia autentica: il gioco venne per la prima volta pubblicato nel 1792, un anno dopo la scomparsa di Mozart, e forse alcuni editori diedero al gioco il nome del celebre compositore come trovata pubblicitaria. Eppure alcuni criptici appunti autografi lasciano intendere che Mozart si era davvero interessato alla creazione di giochi musicali. Un mistero, che rende il gioco di Mozart ancora più intrigante.
Il gioco, nella sua versione originale, genera circa quattrocento milioni di valzer diversi tra loro. Ne proponiamo una versione ridotta con il quale se ne possono ottenere quasi diciassettemila. Le regole sono semplici. Si lancia una moneta: se viene testa si sceglie la prima battuta della prima riga, se viene croce la prima della seconda riga. La battuta ottenuta sarà la prima del valzer. Quindi si procede ordinatamente allo stesso modo con le battute che seguono tranne che per l’ottava e la sedicesima che si tengono tali. Si può copiare il risultato su un foglio pentagrammato oppure ritagliare le battute ottenute ed incollarle su un foglio bianco. Per divertirsi ancora sulle note del Maestro» (Albini, Giovanni: Mozart, una coppia di dadi e quattrocento milioni di valzer, articolo di approfondimento ed infografica musicale per l’agenda musicale del magazine de il Sole 24 ore “IL – Intelligence in Lifestyle”; N.41. Maggio 2012. p. 144).

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Basterebbe cantare…

Coro

Uno spostamento di orario, un cambio d’aula, e da qualche settimana a questa parte non dispongo più di un pianoforte per la lezione di armonia. Inizialmente ci siamo fatti cogliere dal panico. «E adesso come li sentiamo gli esercizi?» Poi l’illuminazione. «Cantiamoli.» Via allora, corretti i bassi realizzati alla lavagna, a dividersi le voci. «Voi il basso, tu ed io il tenore, voi due il contralto – mi raccomando non fate confusione quando ci sono gli unisoni – e voi due il soprano. Sì anche tu, che fai tanto il timido e poi hai più voce di tutti…» E giù a cantare, ad ascoltarle quelle note così faticosamente abbozzate. Consonanze e dissonanze vibrano, e le cadenze riempiono i volti di soddisfazione. La lezione finisce così, tutti sorridenti, sempre sforando di almeno un quarto d’ora: «la rifacciamo?».

Non tutto il male viene per nuocere. Verissimo. Eppure, in venticinque anni totali di vita di conservatorio, ancora mi stupisco. Mi stupisco di vivere quel piacere atavico di concordia e collettività che è racchiuso nel canto corale. Un’occasione imperdibile di ascolto dell’altro, di partecipazione, di reciproca attenzione. Il coro è davvero un luogo di educazione alla socialità. L’individuo si accorda a parte necessaria di un tutto. E allora basterebbero forse più cori. Più momenti in cui la parola vuota e il silenzio lascino spazio ad una musica fatta di voci e di aria. Cantiamo insieme prima di discutere, prima di arrabbiarci, prima di tentare di imporci. Ho come l’impressione che ogni cosa che diremo avrà poi tutto un altro sapore.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Solo per grado congiunto

Albini, "Solo per grado congiunto", per chitarra e clavicembalo (prima pagina).

G. Albini, “Solo per grado congiunto”, per chitarra e clavicembalo (prima pagina).

Stasera verrà eseguita la mia composizione Solo per grado congiunto (2014), per chitarra e clavicembalo. A Imola, ore 21 – Auditorium, Via Fratelli Bandiera, 19. Musiche per clavicembalo e chitarra di Bach, Ponce, Pennisi, Margola e (appunto) Albini. Andrea Orsi, chitarra; Elena Valentini, clavicembalo. Ingresso gratuito. Sull’idea di una composizione che prevede un movimento delle parti obbligato al solo grado congiunto ho insistito parecchio nella mia produzione: il Quartetto n.6: Solo per grado congiunto (2010), il quintetto d’archi Ancora solo per grado congiunto (2013) o gli intermezzi strumentali di Testamento Spirituale (2013), sono solo alcune delle composizioni nelle quali ho affrontato la questione di una scrittura limitata al grado congiunto e che ammicca a molteplici giochi di scatole cinesi di sezioni palindrome.

Un’idea di limitazione formale che, oltre agli innumerevoli precedenti musicali (Bach docet), ha un antecedente letterario celebre: la letteratura potenziale di OuLiPo, acronimo di Ouvroir de Littérature Potentielle (letteralmente: officina di letteratura potenziale) un gruppo fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais che si proponeva di produrre opere letterarie attraverso metodi di scrittura che presentano vincoli, spesso di natura matematica. Palindromi, lipogrammi e permutazioni sono solo alcuni dei procedimenti e delle tecniche impiegate. Interessante che vi aderì anche Italo Calvino, uno dei pochi scrittori italiani che non riesco a smettere di leggere e rileggere.

Perché la limitazione? Perché permette di approfondire degli aspetti inusuali che possono rivelare nuovi ed interessanti percorsi e potenzialità espressive. E il procedimento è mia opinione che sia tanto più interessante tanto più il materiale musicale è legato ad una tradizione. Ad esempio nel mio Solo per grado congiunto limito il movimento alle scale diatoniche, in un ambito pantonale ben definito e riconoscibile. Come d’altronde anche in un’opera letteraria un palindromo è interessante se il risultato è una frase di senso compiuto. Se c’è uno sforzo nel far convivere il mondo dei significati più noti e quello delle rigide limitazioni formali matematiche.

E perché poi, cosa non da poco, lo trovo dannatamente divertente.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

meloDicts, il dettato musicale a portata di smartphone

meloDicts, banner

Una tipica giornata di lavoro. Insegnavo ancora all’Istituto Superiore di Studi Musicali di Modena. La classe decimata dall’influenza e l’unica studentessa presente che coglie l’occasione per esercitarsi in uno dei talloni d’achille più diffusi, il dettato musicale. E poi la domanda: «ma a casa come faccio ad esercitarmi senza di lei?» Ci sono i libri con i cd, per i dettati. Costosetti, ma ci sono. Ci sono delle applicazioni. Dei software. Qualche sito internet. Ma tutte le soluzioni hanno un difetto sostanziale: presentano una collezione di dettati finita. Qualche decina, al più qualche centinaio. E poi basta. Così mi sono chiesto: perché non programmare un’applicazione che di dettati ne generi un numero virtualmente infinito, ogni volta un dettato diverso, e poi li esegua come farei io? Composti come li comporrei io. Un’applicazione per smartphone, che gli studenti possano portare ovunque e con la quale possano esercitarsi non solo a casa o in conservatorio, ma anche in treno, in autobus o sdraiati in un parco.

meloDicts, screenshot

La domanda me la sono posta all’inizio di dicembre del 2014. Due settimane, qualche rompicapo da risolvere e alcune notti insonni per garantire all’applicazione un algoritmo capace di generare melodie tonali di otto battute di senso compiuto, in otto tonalità tra maggiori e minori, e nasce meloDicts. Pubblico il 31 dicembre l’app su Google Play per dispositivi Android, e dal 3 febbraio è disponibile anche sull’App Store per iPhone, iPad e iPod.

I miei ragazzi la stanno già utilizzando per esercitarsi. La studentessa che mi ha dato l’idea, felice per il risultato, mi ha premiato con un kg di squisiti tortellini fatti da lei, a mano. Accetto idee solo da bravi cuochi.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Quella volta che Sean Bean non morì…

…eravamo in treno insieme. Metaforicamente parlando, si intende.

È cosa nota che l’attore inglese, vincitore di un Emmy, detiene un record strano: quasi trenta morti (di finzione, ovviamente) sul set. Boromir (Il Signore degli Anelli), Partridge (Equilibrium) e Ned Stark (Game of Thrones), sono solo alcuni dei ruoli magistrali in cui cade inquadrato da una macchina da presa. Ma per almeno due volte Sean non è caduto. E io c’ero.

Nell’estate del 2013 lavoro alla colonna sonora di Train Simulator 2014 (qualcuno si sarà accorto di quante ore a settimana passo in treno per andare ad insegnare), e compongo conseguentemente anche il commento musicale per lo spot della campagna pubblicitaria virale. La voce fuori campo è la sua, quella di un Sean Bean vivo e vegeto che descrive commosso la bellezza dei treni e dei viaggi. Il tono è epico, d’altronde l’uomo ha una classe nel recitare che non ha eguali, il video riesce particolarmente bene, nessun treno deraglia e la serie di simulatori di treni conferma il suo primato nel settore.

L’anno successivo la collaborazione si ripete con Train Simulator 2015. Ancora la voce di Sean Bean e ancora la mia colonna sonora.

A questo punto non mi resta che scrivere la musica per una delle sue future morti cinematografiche. Dio vede e provvede, si usa dire. Forse sogno ad occhi aperti, e attendo fiducioso.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.