Tra Milano e Venezia

Veloce segnalazione. Il 2 e il 3 febbraio interverrò al Nexus Pavilion of Science, Technology and Art a Venezia, Simposio organizzato dalla Biennale di Venezia e dalla Commissione Europea – DG Connect. Straordinaria occasione per riflettere sulle connessioni (attuali e possibili) tra arte, tecnologia e scienza. Il programma dettagliato è in via di definizione. Peraltro ho anche da poco ricevuto una commissione dalla Biennale di Venezia per una composizione che sarà presentata nella prossima Biennale Musica (settembre/ottobre 2017) in cui le intelligenze artificiali la faranno da padrone, insediandosi quali compositori virtuali nei cellulari e nei tablet di tanti che vorranno partecipare a un’idea di concerto fuori dal comune. Inserirò qualche dettaglio sul blog a stretto giro.

Ricordo anche per la mattina di domenica 5 febbraio a Milano presso la Palazzina Liberty in Largo Marinai d’Italia, la conversazione-concerto Il Maestro e il Virtuoso – Intorno al Quintetto op.115 per clarinetto e archi di J. Brahms, nel contesto della XXIV stagione di Milano Classica. Introdurrò l’esecuzione del Quintetto Op. 115 di Brahms – anticipato da un movimento del Quintetto K581 di Mozart. Agli strumenti Le Cameriste Ambrosiane e Marco Giani. Dopo il concerto pubblicherò su queste pagine due parole su quanto esposto per chi non sarà riuscito a venire a trovarci.

Classiche conversazioni milanesi

Locandina della stagione 2016-2017 di Milano Classica.

Locandina della stagione 2016-2017 di Milano Classica.

XXIV stagione di Milano Classica, 2016-2017. Da segnalare le conversazioni-concerto, intreccio di musica e dialogo con il pubblico che vede all’opera i ‘conversatori’ Matthieu Mantanus, Quirino Principe, Lorenzo Carruga, Pinuccia Carrer e il sottoscritto. Interverrò domenica 5 febbraio, ore 10:45 in Palazzina Liberty – Milano, per l’evento Il Maestro e il Virtuoso – Intorno al Quintetto op. 115 per clarinetto e archi di Johannes Brahms; agli strumenti Le Cameriste Ambrosiane e Marco Giani.

Racconto (?): “Le cattedrali notturne”

William Congdon - India, Temples No.1 (1954).

William Congdon – India, Temples No.1 (1954).

Non ricordo quale popolo antichissimo sostenne che il futuro è alle nostre spalle, che percorriamo il nostro destino camminando all’indietro – inevitabilmente alla cieca – lo sguardo volto ad un passato che sfugge in prospettiva e si perde all’orizzonte. Ebbene, mi succede spesso, soprattutto la notte, di soffrire l’angosciosa incertezza del domani e di avventurarmi, cercando un qualche conforto, nella fitta foresta dei miei ricordi. In principio è tutto un intricato labirinto di memorie pulsanti: mi lambiscono e mi trascinano nei loro profumi densi, nei colori vividi, nelle trame che sento come radici sotto i piedi, come foglie tra le mani e tra i capelli. Ma passo a passo, più mi allontano dal presente più la mia foresta sembra come lasciarsi avvolgere da una lieve foschia, si fa silenziosa, immobile e a tratti impenetrabile. Fino a che passeggio in un arido deserto di pietra, e quelli che furono alberi, fiori e cespugli sono ora fossilizzati in muri e colonne, in un tempio buio che il tempo lentamente erode. E non rimane infine che sabbia mentre in lontananza sembra di distinguere le alte e inaccessibili cattedrali delle occasioni mancate, delle alternative, dell’immaginazione. Rinuncio a capire il tempo e ritorno alle piccole paure del presente. Stanco del lungo viaggio prendo nuovamente sonno e mi perdo in qualche sogno.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Il libro di sabbia, dei solfeggi

Solfeggio

«Lo aprii a caso. La scrittura mi era sconosciuta. Le pagine, che mi sembrarono consumate e di tipografia scadente, erano stampate su due colonne alla maniera di una bibbia. Il testo era fitto ed era ordinato in versetti. Sugli angoli superiori delle pagine c’erano numeri arabi. Mi colpì che la pagina pari portasse il numero (mettiamo) 40.514 e la seguente pagina dispari il numero 999. La voltai; l’altro lato aveva un numero di otto cifre. Vi era una piccola illustrazione, come si vede spesso nei dizionari: un’ancora disegnata a penna, come dalla mano maldestra di un bambino. Fu allora che lo sconosciuto mi disse: “La guardi bene. Non la vedrà mai più”.» J. L. Borges

Forse dovrei leggere letteratura meno astratta e sognante. Ma l’ispirazione per i miei progetti sarebbe allora meno nobile. Ecco insomma in poche parole la nuova follia a cui sto lavorando: il libro infinito di solfeggi. Ne genererà di sempre nuovi, di ogni tipo, con vari aiuti abilitabili per facilitare la didattica e l’apprendimento e permetterà di decidere nel minimo dettaglio cosa contengono gli esercizi. Includerà inoltre un manuale completo di tecnica del solfeggio. Ci lavoro da poco più di una settimana, implementando ovviamente un po’ di librerie che avevo già sviluppato di intelligenza artificiale musicale, e sembra crescere bene. Sarà in italiano per Windows. Se verrà bene tradurrò in inglese e valuterò anche versioni per iOS e Android. Non so ancora se e quanto costerà e su che canali verrà eventualmente venduto.

Un passo per volta.

Una pagina di codice per volta.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Liberi pensieri sul significato degli esami

Calvin & Hobbes, insuperabile.

Calvin & Hobbes, insuperabile.

Ogni qualvolta un periodo di esami giunge alla conclusione, si intreccia nella mia testa una confusa matassa di pensieri. E puntualmente mi riprometto di provare a scioglierla e buttar giù per iscritto qualche considerazione. Ebbene, stavolta ci provo. Con qualche riflessione personalissima che forse potrà al prossimo giro essere utile a qualcuno. Opinioni. Con un pensiero particolare ai miei studenti: mi si stringe sempre il cuore nel partecipare ai loro entusiasmi e a quelle che sono percepite come sconfitte.

Innanzitutto credo sia fondamentale ricordare che un esame non si propone di valutare la persona, ma una sua prestazione specifica ed estemporanea. A volte, anche preparatissimi, si cede all’emozione. Altre volte si ha fortuna. Non sempre può andar bene. Né può sempre andar male. Ci si prepara ad un esame e su quella prova si viene valutati. Niente di più, niente di meno. Non si è (o almeno mai si dovrebbe essere) giudicati: si è valutati semplicemente per una prestazione. Un esame non ci dice chi siamo, ma come abbiamo affrontato una sfida. E ciò è vero sempre, indipendentemente da come ci si può sentire trattati da commissioni o da compagni poco attenti e delicati ai quali sfugge questo concetto che mi appare basilare.

I voti non sono, e il più delle volte nella vita professionale non saranno, delle etichette che stabiliscono chi si è. Con buona probabilità quasi nessuno nell’esperienza lavorativa ed artistica andrà a chiederli o verificarli. Servono piuttosto a chi si sottopone ad un esame ad avere una misura, comunque parziale e mai completamente oggettiva, delle competenze che si sono raggiunte e del rapporto tra quanto ci si sente preparati e una prestazione effettiva sotto stress. Sono uno strumento. Utile innanzitutto all’esaminato. Fondamentale in particolare nella mia realtà, quella dei conservatori: l’obiettivo dei più è calcare le scene di teatri e sale da concerti; qualche centinaio di occhi ed orecchie puntati addosso non saranno uno scherzo da gestire.

Non si dovrebbe mai affrontare un esame nella convinzione di saperne di più di chi si ha davanti. Oltre ad essere un’ipotesi improbabile – il più delle volte si sanno cose diverse o si hanno molto semplicemente punti di vista differenti – nella maggioranza dei casi mi appare decisamente un atteggiamento contradditorio. Se non si ritiene una commissione in grado di valutare viene da chiedersi perché ci si è iscritti ad una istituzione in cui insegnano professori di cui non si ha stima. Si può benissimo far domanda altrove. O anche fare a meno di iscriversi se non si vuole fare la fatica di avvicinare e capire chi ci insegna. Il mondo artistico e professionale premia chi fa, se davvero è di una bravura fuori dal comune, indipendentemente dai suoi titoli. Se si vuole o si ha necessità di un titolo è perché si desidera implicitamente far parte in una certa misura della realtà che lo offre. E per farne parte, e chissà magari un giorno cambiarla dal suo interno, occorre innanzitutto capirla e rispettarla nella sua poliedrica interezza. Un giorno forse l’esaminato diventerà l’esaminando, e avrà occasione eventualmente di comportarsi diversamente da chi lo ha preceduto.

E adesso pronti a rimboccarsi le maniche insieme per un nuovo anno. In bocca al lupo!

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Il passo del gigante

Ieri ho passato una giornata intera con Helmut Lachenmann.

I giganti avanzano in punta di piedi. I loro passi, sicuri quanto leggeri, lasciano orme che sfidano il tempo. Non calpestano nulla: la loro è una marcia attenta e delicata. Procedono umili mentre in molti tentano di arrampicarsi sui loro corpi imponenti e gentili. Alcuni fortunati giungono sulle loro spalle e vedono il mondo così come lo vedono loro. Di tanto in tanto qualcuno discende e si unisce alla marcia. E forse un giorno diventerà anch’egli un gigante. Ma, come scrivevo, la loro avanzata è dolce e lieve, tanto che i più confondono il loro profilo con uno scherzo delle nuvole, il loro respiro con un alito di vento. Così che a volte i giganti vengono e passano e di loro rimangono soltanto tracce affascinanti e misteriose. Segni nascosti dal baccano degli gnomi che si agitano nel sottobosco con il loro eterno e fastidioso ciarlare. I giganti li guardano e sorridono e il loro incedere si perde nella nebbia e nel bianco di cime lontane.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

La donna che visse due volte

Mel Bonis

No, tranquilli tutti. Non è un post sullo splendido Vertigo (dal titolo italiano, appunto: La donna che visse due volte) di Alfred Hitchcock. Questo post è dedicato a musica tutta al femminile. Domani sera, sabato 2 maggio 2015, alle ore 21, andrà infatti in scena il quarto appuntamento della rassegna di conversazioni/concerto presso la Palazzina Liberty (Milano) dedicato alla vita e alle opere della compositrice Mel Bonis, una figura significativa della creatività femminile vissuta a Parigi a cavallo tra Ottocento e Novecento. La conversazione ruoterà intorno ad uno dei capolavori della Bonis, il Quartetto col pianoforte n.1, in si bemolle maggiore, Op.69, e sarà arricchita da esempi musicali collegati all’interessante vicenda biografica di questa donna rivoluzionaria, coraggiosa, ma allo stesso tempo ben inserita nella società e rispettosa delle convenzioni reazionarie della borghesia. A me l’arduo ruolo di ‘conversatore’. Per chi non potrà esserci pubblico qualche riga sulla Bonis e sul suo meraviglioso quartetto.

Credo che la storia di Mélanie Bonis (1858-1937) si possa riassumere interamente nel nome che decise di utilizzare per firmare le sue composizioni. Non uno pseudonimo, ma un ipocoristico: quel Mel diminutivo di Mélanie che non tradisce il nome proprio, ma ne nasconde inevitabilmente il femminile. Così, ancora oggi, se su qualche locandina o partitura leggiamo Mel Bonis, non possiamo immaginare che dietro quelle tre lettere si nascose (o meglio: protesse sé stessa e le sue opere) una donna. E proprio la scelta di non snaturare il proprio nome, ma di abbreviarlo soltanto, potrebbe essere la chiave di lettura dell’esistenza conflittuale di questa straordinaria figura vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento. Perché la Bonis visse contesa tra i valori e gli schemi rigidi e maschilisti della società in cui nacque, ed un’espressività, un desiderio di libertà, una vitalità ed una sensualità prorompenti. E in questo senso si può allora davvero scrivere che visse due volte. Due vite opposte e sovrapposte. Mel Bonis, l’artista, e Madame Domange, la moglie, la madre: la rispettabilissima ed elegante signora della borghesia parigina. Quella della Bonis è allora una storia fatta tutta di conflitti e di opposti: ci saranno due uomini nella sua vita, due sistemi di valori e due famiglie, due presenti, due passati e due futuri. Ma andiamo con ordine.

La sua biografia la racconta la pronipote, Christine Geliot, in un testo pubblicato una quindicina di anni fa: Mel Bonis – Femme et Compositeur, Editions L’Harmattan, 2000, Parigi. Il titolo già la dice lunga: probabilmente la Geliot scelse volutamente di accostare a ‘femme’, donna, il maschile ‘compositeur’, invece del più appropriato femminile ‘compositrice’. Con la congiunzione, ‘et’, a separare e ad unire i due termini contrastanti. Che poi di maschile nella personalità della Bonis c’è proprio poco: sia l’artista Mel Bonis, con la sua esuberante passionalità, che Madame Domange, moglie e madre esemplare, sono esempi di donne che vivono appieno la loro femminilità. Due aspetti diversi, due diversi modi di essere donna. Uno reazionario, conforme ai dettami della società francese di fine Ottocento, l’altro rivoluzionario, libero, tormentato ed emancipato.

Malgrado un’educazione rigida e tradizionale, che a tutto l’avrebbe destinata tranne che ad un futuro musicale, un amico di famiglia notò il talento della piccola Mélanie e convinse i genitori ad iscriverla al conservatorio. Qui studiò, tra gli altri, con César Franck, e fu compagna di compositori del calibro di Claude Debussy. Proprio in quel periodo adottò il diminutivo Mel per evitare che le sue composizioni fossero discriminate, ed incontrò Amédée Landély Hettich, anche lui musicista, di cui si innamorò perdutamente. Ma la famiglia della Bonis aveva pianificato una vita differente per la figlia: preoccupati dalla relazione con Hettich le fecero quindi abbandonare gli studi e la costrinsero al matrimonio con Albert Domange, vedovo, uomo d’affari, più vecchio di lei di oltre venticinque anni. Ecco allora venire alla luce Madame Domange, moglie e madre attenta e devota. Un ruolo che non smetterà mai, almeno all’apparenza, di ricoprire, anche quando incontrerà di nuovo Hattich, che diventerà suo amante, con il quale avrà una figlia che per anni dovranno nascondere a tutti, e che la spingerà a comporre ancora. In questi anni in cui le due diverse personalità si sovrappongono la Bonis vive l’equilibrio precario tra le sue due vite: è eletta addirittura segretario della prestigiosa Société des Compositeurs de Musique, e pubblica con l’editore Alphonse Leduc numerose partiture, e al tempo stesso non manca ai suoi doveri di Madame Domange, tra le infinite difficoltà nel nascondere la figlia illegittima.

Una vita travagliata che le consente però di produrre all’incirca trecento partiture: nel suo catalogo si trova di tutto, dalla musica per orchestra a quella sacra per coro, dalla più varia musica da camera a nove volumi di composizioni per pianoforte. Quantità e qualità da fare invidia ad un qualsiasi compositore professionista del suo tempo. Doveva pensarla così anche Saint Saëns, quando, dopo aver ascoltato il suo Quartetto col pianoforte n.1, in si bemolle maggiore, Op.69, affermò: «Non avrei mai pensato che una donna potesse comporre qualcosa di simile. Conosce ogni trucco del mestiere del compositore.» Complimento da gentiluomo… E così sembra che la pensò anche un critico dell’epoca, come riportato in Les compositrices françaises au XIXie siècle, Fayard, 2006, di Florence Launay: «Non avrei potuto pensare che il quarto movimento di questo quartetto potesse essere stato scritto da una donna; un complimento che vale anche per i movimenti precedenti.» Completato nel 1905, il quartetto in questione venne eseguito in prima assoluta a casa della stessa Bonis, che sedette al pianoforte per l’occasione. In quattro movimenti, Moderato; Intermezzo, allegretto tranquillo; Andante e Allegro ma non troppo, quest’opera vede l’incessante opposizione e trasfigurazione di temi e moti contrastanti: ora delicato e dolcissimo, ora tormentato e sognante. Come nell’Intermezzo in cui il gioco dei ribattuti e dei pizzicati regala atmosfere estatiche che concertano con sezioni agitate che ammiccano a giochi cromatici. O nell’intensità (e varietà) straordinaria del quarto tempo, audace eppure orecchiabile, viscerale e violento e che al tempo stesso corre veloce e senza peso.

Curiosi? Ci vediamo domani sera a Milano.

Cameriste Conversazioni 2 Maggio

Impegnate sulle pagine della Bonis saranno Le Cameriste Ambrosiane (Eleonora Matsuno – violino, Claudia Brancaccio – viola, Martina Rudic – violoncello) e, al pianoforte, Maria Semeraro. L’appuntamento fa parte del progetto L’altra metà della musica in collaborazione con l’Associazione culturale Mont Rose de la VdA, dedicato alla riscoperta ed alla valorizzazione del repertorio di compositrici donne dimenticate dalla storiografia ufficiale, e ha inoltre il patrocinio dell’Association Mel Bonis di Parigi, fondata e promossa dalla pronipote della compositrice.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Ritratti di Signora

Le Beau

Domani mattina, 22 marzo 2015 alle ore 10.45, a Milano in Palazzina Liberty, Le Cameriste Ambrosiane, ensemble tutto al femminile con il quale ho la fortuna di collaborare da tempo, saranno impegnate in una conversazione concerto: Nobildonne e popolane, sante e Malafemmine; dalla Regina della Notte alle Principesse delle Favole, da Amapola a Rosamunda, dalla Vergine Maria a Thais, dalla Traviata a Carmen, una carrellata di ritratti di signora per omaggiare le figure femminili nell’arte. Circa due anni fa, il 5 maggio 2013, Le Cameriste dedicarono il terzo appuntamento della seconda edizione della loro rassegna al progetto L’altra metà della musica e al Quintetto per archi di Luise Adolpha Le Beau (1850-1927), compositrice tedesca dimenticata. Presentai io in quell’occasione il concerto, con un intervento dedicato alla Le Beau e all’importanza delle figure considerate minori nella storia della musica. Intervento che riporto per intero.

A questa presentazione occorre una premessa: della Le Beau, fino a qualche settimana fa, non sapevo assolutamente nulla. La richiesta di presentare il suo Quintetto è stata la prima occasione per addentrarmi nelle sue partiture, nei suoi scritti e nelle sue vicende biografiche. Con ben salda nella testa un’unica domanda: quale può essere il significato della riscoperta e dell’approfondimento di questi autori che la storia ha relegato alla condizione di ‘minori’?

Una prima risposta sembrerebbe fornirla la stessa Le Beau. Nella prefazione delle sue Memorie la compositrice tedesca richiama una similitudine proposta da Hermann Ritter nella Encyklopädie der Musikgeschichte: «la scena musicale del diciannovesimo secolo è paragonabile ad una grande foresta che si presenta con ogni sorta di specie arboree, e non sono solo i pochi e grandi alberi a comporla, ma anche quelli piccoli; e tutti gli arbusti, le erbe, i fiori ed i muschi sono ad essa necessari.» E allora poco importa chi sia il ‘grande’ e chi il ‘minore’, tutti partecipano inevitabilmente allo stesso affresco.

In secondo luogo, interrogarsi sull’importanza dello studio di artisti meno noti impone necessariamente una riflessione sui criteri che utilizziamo nell’attribuire valore ad un compositore e alla sua opera. E lo stesso interrogativo, se incarna il desiderio di andare oltre giudizi confezionati e preconcetti, mi sembra essere di per sé un esercizio mentale sano, indipendentemente dalla musica che si sta studiando e dalle risposte che ci può regalare. Perché comunque ci si può inaspettatamente trovare a scoprire che un poco di bellezza si annida in pagine dimenticate per le ragioni più futili. E che, in fondo, della bellezza è più quello che crediamo di sapere che quello che realmente sappiamo.

Infine, il caso specifico della Le Beau e della sua produzione praticamente dimenticata rivendica attenzione per una ragione molto semplice: le difficoltà che una donna compositrice doveva affrontare nella società tedesca della seconda metà del diciannovesimo secolo. Solo questo lascia già, indiscutibilmente, il beneficio del dubbio sulla valutazione dei suoi meriti artistici. E, a dirla tutta, il suo Quintetto, che data 1900, pur non essendo a mio parere un’opera straordinaria, denota un gusto e una sensibilità che sembra precorrere quell’altro Novecento musicale lontano da modernismi e da ambizioni avanguardiste. Che fa della semplicità comunicativa il suo credo. E questo mi basta.

Per tutto il resto, rimane l’inesauribile piacere dell’ascolto, del rito del concerto, dell’avventura su pagine dimenticate.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Buona scuola, AFAM, EXPO e ricordi norvegesi

Ma come suonano bene questi vichinghi, reportage sulla musica contemporanea norvegese e corrispondente infografica per la sezione Eccetera del magazine de il Sole 24 ore “IL – Intelligence in Lifestyle”; N. 44. Settembre 2012. pp. 117 e 118. Prima pagina.

Ma come suonano bene questi vichinghi, reportage sulla musica contemporanea norvegese e corrispondente infografica per la sezione Eccetera del magazine de Il Sole 24 Ore “IL – Intelligence in Lifestyle”; N. 44. Settembre 2012. pp. 117 e 118. Prima pagina.

Esattamente tre anni fa ero a Oslo. Come inviato per Il Sole 24 Ore all’Oslo International Church Music Festival. Mi fermai una settimana intera. E, abusando dell’ospitalità degli organizzatori del festival, ebbi modo di addentrarmi nelle pieghe della cultura, dell’istruzione e della produzione musicale norvegese, con particolare attenzione alla musica contemporanea. Un’epifania.

Ma come suonano bene questi vichinghi, reportage sulla musica contemporanea norvegese e corrispondente infografica per la sezione Eccetera del magazine de Il Sole 24 ore “IL – Intelligence in Lifestyle”; N. 44. Settembre 2012. pp. 117 e 118. Seconda pagina.

Ibid. Seconda pagina.

Ne nacque un reportage che trovate nelle immagini di questo post, pubblicato sul numero di settembre del 2012 del mensile IL – Intelligence in Lifestyle. Leggetelo. Poi, se ne avrete voglia, date un’occhiata a tutte le notizie che circolano in questo clima di riforme con la Buona scuola e il Cantiere AFAM, e sull’organizzazione degli eventi artistici del nostro EXPO Milano 2015. Anni luce.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Galateo del bis

Pezzettino (da bis?) composto proprio oggi. Breve Tango Sentimentale, per chitarra. Mentre ci lavoravo mi è venuta l'idea per questo post.

Pezzettino (da bis?) composto proprio oggi. Breve Tango Sentimentale, per chitarra. Mentre ci lavoravo mi è venuta l’idea per questo post.

Parliamoci chiaro: i gusti sono gusti. C’è a chi piace che il concerto finisca con l’applauso sull’ultima partitura a programma – qualche inchino e via a casa, al ristorante o dove vi pare – e chi invece a teatro ci starebbe ancora delle ore e non smette di chiedere bis (che poi, a voler essere precisi, finiscono sempre col diventare ter, quater etc.). Gusti, appunto. Anche se io, su quello che viene proposto nei bis, avrei da dare qualche suggerimento. Personalissimo ed opinabile, ovviamente.

1) Nei bis si dovrebbe suonare sempre qualcosa di breve. La questione è più di galateo che d’altro: il concerto è finito, qualche astante magari ha altri impegni e si ferma in sala per educazione. Trattenerlo troppo a lungo non mi sembra cortese.

2) Un pezzo da bis è bene che non sia particolarmente impegnato. Per farla semplice: ordinereste un’impepata di cozze alla fine di una già lauta cena? Non credo. Bene, allo stesso modo un bis non dovrebbe mai appesantire un programma, ma dovrebbe piuttosto essere un saluto, poco più di un inchino, uno scherzo giocoso con cui congedarsi.

3) Un bis è meglio che non sia né troppo aderente al programma del concerto, né da esso troppo distante. Insomma: se fosse troppo aderente non sarebbe chiaro perché l’opera in questione non sia stata prevista nel programma, e ce la si trovi appiccicata invece alla fine del concerto quando si ha già il cappotto in mano; se invece si trattasse di un pezzo ben lontano dai temi e dallo spirito della serata rischierebbe di starci come i cavoli a merenda.

4) Un bis non dovrebbe riproporre quanto già eseguito nel concerto. Sì, lo so bene: si chiama bis, quindi uno ripete. Il fatto è che l’abitudine a dei bis preparati e brillanti ci ha tutti un poco viziati. A ripetersi si finirebbe inevitabilmente col dare l’idea di non essersi neanche preparati due minutini a sorpresa per il pubblico. Brutte figure.

5) Un buon bis entusiasma e coinvolge il pubblico, magari lo invita ad alzarsi in piedi, a tenere il tempo con le mani: rompe l’incantesimo del concerto, è una transizione, una marcia che invita alla separazione.

E qui concludo. Con un bis: un bis non è né obbligatorio, né necessario. Non c’è niente di male a cavarsela con due inchini e tre sorrisi. Due righe smilze.

Finito, sipario, luci in sala.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.