Lo strano caso del ministro Giannini e di Giuseppe Verdi

Il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Stefania Giannini.

Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini.

Leggo oggi su La Repubblica.it (l’articolo al seguente link) che il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini è intervenuta in occasione della due giorni universitaria organizzata dal Partito Democratico nel Palazzo Garzolini dell’Università di Udine. Il sito in questione riporta un passaggio dell’intervento che riguarda l’alta formazione musicale; sembra infatti che il ministro abbia affermato che i conservatori «devono tornare ad essere scopritori e formatori dei futuri Verdi e Puccini, l’alta velocità musicale per chi ha le qualità.» E, ma qui manca il virgolettato – vai quindi a capire se è intervenuta la fantasia del giornalista – che è ora di dire basta con i conservatori musicali che insegnano a tutti.

Al ministro però andrebbe ricordato (spiegato?) un dettaglio importante, il che mi sembra già di per sé una prova incontrovertibile che le istituzioni che operano nella formazione musicale in Italia debbano allargare il loro campo d’azione piuttosto che restringerlo. Difatti non vedo come i conservatori possano tornare a scoprire e formare un Giuseppe Verdi, considerato che quando il nostro tentò di essere ammesso al conservatorio di Milano (che, ironia della sorte, oggi porta il suo nome) venne respinto. Quindi non fu certo un conservatorio a scoprire Verdi, né tantomeno a formarlo. E sarebbe così ancora oggi, forse, se i conservatori smettessero, come il ministro sembra proporre, di insegnare a tutti. Ma se così fosse condivideremmo a quel punto tutti (o quasi) la beata ignoranza musicale del ministro. Non avremmo bisogno allora di una cultura musicale, anche solo fatta di qualche nozione di base, né tantomeno della necessità di documentarci prima di formare le nostre idee o solo di aprir bocca in pubblico. E ci andrebbe bene così.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Sulle tracce dei romiti ircani

Jacopo Palma il Giovane - San Girolamo penitente.

Jacopo Palma il Giovane – San Girolamo penitente.

Alcune leggende raccontano di un ordine monastico che trovò rifugio in una remota isola del mar Caspio, su di un timido lembo di terra e scogli che oggi sarà andato ormai sommerso. Sembrerebbe che ai suoi adepti venisse insegnato di rifuggire ogni qualsivoglia forma di semplificazione. Di sforzarsi nel rifiuto di qualunque processo di astrazione, di categorizzazione, di ordine concettuale e tassonomico. Si dice infatti che i più disciplinati tra loro praticassero l’uso di una lingua dal vocabolario infinito ed in perenne espansione: siccome ogni cosa è diversa, ed è diversa da sé stessa passata e futura, ebbene così ogni cosa doveva essere chiamata con nomi sempre nuovi. L’impossibilità nella comunicazione derivata da questa pratica faceva inevitabilmente sì che i monaci che vi si dedicavano vivessero in un’incessante e trascendente conversazione solitaria che si nutriva della natura cangiante e sfuggente dell’universo tutto. E a chi scrive piace pensare che alcuni simboli dei loro stravaganti ed immensi alfabeti siano sopravvissuti, e abbiano guidato indovini e chiromanti, abbozzato e scolpito l’iconologia di pregiati tarocchi, il profilo di geroglifici ancestrali e la foggia di indecifrabili formule alchemiche.

Antiche fonti paleocristiane riportano poi di alcuni mistici che pare si arresero alle fascinazioni della speculazione, concentrando l’attenzione su concetti così profondi e barocchi da richiedere vite intere per essere compresi e altrettante per essere di nuovo trasmessi. Così che chi riusciva a raggiungere vertiginose vette di conoscenza non sembra avesse poi il tempo di trasmettere ciò che aveva imparato, e ognuno finiva con il perseverare in uno studio dagli esiti unici e impenetrabili. Un misterioso frammento ipotizza inoltre che questi ultimi anacoreti condivisero la ferma fede in un dio sapiente e meschino che nascose il segreto di ogni cosa all’interno di idee inaccessibili all’uomo. Idee che non possono essere abbracciate dall’arco di esistenza dell’intelligenza collettiva dell’umanità intera. E che tale fede li abbia rincuorati di un’esistenza degna e affrancata dalla schiavitù di falsi miti.

Perché mai tali pacifici eremiti finirono con l’estinguersi rimane tuttora un mistero, anche se recentissimi studi hanno portato alla luce le tradizioni di una tribù che pare abbia abitato un arcipelago non distante dall’isola suddetta. Gente che fece proprio il culto della velocità, della semplificazione e dell’estrema sintesi. E che dividendo il mondo in banali dicotomie – bene e male, noi e loro… – finì per implicita necessità di sopravvivenza agli ovvi accostamenti e a far fuoco e fiamme di tutto ciò che non si allineasse con la loro visione. Poco si sa di quella tribù, che pure a lungo sopravvisse, prosperò e si disperse, perché poco c’è in effetti di interessante da sapere. Senonché essa ispirò numerose civiltà: anche l’infinito poté allora avere un nome, gli alfabeti si fissarono e queste poche inutili righe possono adesso essere scritte e concludersi.

L’idea di questo breve racconto di fantasia nasce da una notizia ben nota a matematici e curiosi: la strana storia di Shinichi Mochizuki. Per farla breve il matematico giapponese avrebbe dichiarato tre anni fa di aver risolto la questione di una celebre congettura e avrebbe pubblicato online la sua dimostrazione. Unico problema: è lunga oltre cinquecento densissime pagine che introducono concetti matematici nuovi e di notevole astrazione. Insomma solo per leggerla e capirla ci vogliono forse degli anni (Mochizuki ha impiegato dieci anni per elaborarla, in una branca specifica della matematica di cui era esperto), immaginiamoci per verificare che tutto quello che c’è scritto non contenga errori. La comunità scientifica rimane quindi scettica, vale la pena dello studio e dell’approfondimento? Non esiste una via più semplice e più veloce? Per qualche ragione mi affascina l’idea che no, non esiste una via più semplice. Che ci siano concetti che richiedono una vita intera per essere edificati. A ricordarci che non sempre si può imboccare una scorciatoia. Che nulla è così semplice anche se a volte tale può apparire.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Liberi pensieri sul significato degli esami

Calvin & Hobbes, insuperabile.

Calvin & Hobbes, insuperabile.

Ogni qualvolta un periodo di esami giunge alla conclusione, si intreccia nella mia testa una confusa matassa di pensieri. E puntualmente mi riprometto di provare a scioglierla e buttar giù per iscritto qualche considerazione. Ebbene, stavolta ci provo. Con qualche riflessione personalissima che forse potrà al prossimo giro essere utile a qualcuno. Opinioni. Con un pensiero particolare ai miei studenti: mi si stringe sempre il cuore nel partecipare ai loro entusiasmi e a quelle che sono percepite come sconfitte.

Innanzitutto credo sia fondamentale ricordare che un esame non si propone di valutare la persona, ma una sua prestazione specifica ed estemporanea. A volte, anche preparatissimi, si cede all’emozione. Altre volte si ha fortuna. Non sempre può andar bene. Né può sempre andar male. Ci si prepara ad un esame e su quella prova si viene valutati. Niente di più, niente di meno. Non si è (o almeno mai si dovrebbe essere) giudicati: si è valutati semplicemente per una prestazione. Un esame non ci dice chi siamo, ma come abbiamo affrontato una sfida. E ciò è vero sempre, indipendentemente da come ci si può sentire trattati da commissioni o da compagni poco attenti e delicati ai quali sfugge questo concetto che mi appare basilare.

I voti non sono, e il più delle volte nella vita professionale non saranno, delle etichette che stabiliscono chi si è. Con buona probabilità quasi nessuno nell’esperienza lavorativa ed artistica andrà a chiederli o verificarli. Servono piuttosto a chi si sottopone ad un esame ad avere una misura, comunque parziale e mai completamente oggettiva, delle competenze che si sono raggiunte e del rapporto tra quanto ci si sente preparati e una prestazione effettiva sotto stress. Sono uno strumento. Utile innanzitutto all’esaminato. Fondamentale in particolare nella mia realtà, quella dei conservatori: l’obiettivo dei più è calcare le scene di teatri e sale da concerti; qualche centinaio di occhi ed orecchie puntati addosso non saranno uno scherzo da gestire.

Non si dovrebbe mai affrontare un esame nella convinzione di saperne di più di chi si ha davanti. Oltre ad essere un’ipotesi improbabile – il più delle volte si sanno cose diverse o si hanno molto semplicemente punti di vista differenti – nella maggioranza dei casi mi appare decisamente un atteggiamento contradditorio. Se non si ritiene una commissione in grado di valutare viene da chiedersi perché ci si è iscritti ad una istituzione in cui insegnano professori di cui non si ha stima. Si può benissimo far domanda altrove. O anche fare a meno di iscriversi se non si vuole fare la fatica di avvicinare e capire chi ci insegna. Il mondo artistico e professionale premia chi fa, se davvero è di una bravura fuori dal comune, indipendentemente dai suoi titoli. Se si vuole o si ha necessità di un titolo è perché si desidera implicitamente far parte in una certa misura della realtà che lo offre. E per farne parte, e chissà magari un giorno cambiarla dal suo interno, occorre innanzitutto capirla e rispettarla nella sua poliedrica interezza. Un giorno forse l’esaminato diventerà l’esaminando, e avrà occasione eventualmente di comportarsi diversamente da chi lo ha preceduto.

E adesso pronti a rimboccarsi le maniche insieme per un nuovo anno. In bocca al lupo!

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Il passo del gigante

Ieri ho passato una giornata intera con Helmut Lachenmann.

I giganti avanzano in punta di piedi. I loro passi, sicuri quanto leggeri, lasciano orme che sfidano il tempo. Non calpestano nulla: la loro è una marcia attenta e delicata. Procedono umili mentre in molti tentano di arrampicarsi sui loro corpi imponenti e gentili. Alcuni fortunati giungono sulle loro spalle e vedono il mondo così come lo vedono loro. Di tanto in tanto qualcuno discende e si unisce alla marcia. E forse un giorno diventerà anch’egli un gigante. Ma, come scrivevo, la loro avanzata è dolce e lieve, tanto che i più confondono il loro profilo con uno scherzo delle nuvole, il loro respiro con un alito di vento. Così che a volte i giganti vengono e passano e di loro rimangono soltanto tracce affascinanti e misteriose. Segni nascosti dal baccano degli gnomi che si agitano nel sottobosco con il loro eterno e fastidioso ciarlare. I giganti li guardano e sorridono e il loro incedere si perde nella nebbia e nel bianco di cime lontane.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Capire, conoscere e riconoscere

Ci sono affermazioni che impastano le bocche d’abitudine. Frasi fatte tirate insieme sovrappensiero. Convenzioni, stereotipi, modi di dire, luoghi comuni: corrono veloci sulla punta della lingua, due balzi sul palato e con leggerezza ritornano al nulla. Un po’ come in quel gioco che si fa da bambini. Quello in cui una parola, a furia di ripeterla, cede alla ciclica musicalità dei suoi accenti e da segno si fa ritmo. Incessante, trasparente. Vuota di significato, libera da ogni peso semantico. Ché a pensarci bene una frase fatta serve proprio a quello, a prendere ben bene le distanze da quel che si dice. Così che dei suoi contenuti, che chissà poi da dove vengono, si è solo messaggeri occasionali. E, facendo la rima al niente, si svicola la fatica della partecipazione e del pensiero. La si fa franca e si chiude il discorso. È andata come è andata. Saluti e baci.

– Io questa musica non la capisco.

Conversazione conclusa. Vai a spiegare che due splendide note messe assieme grazie a Dio non si comprendono, quantomeno mai appieno, e che il loro fascino risiede proprio in quel tratto sfuggente e indefinito che tutto colora. L’anima delle cose: dal greco ànemos, vento. E chi lo acchiapperà mai il vento? Tutt’al più le cose si conoscono. Il sapere non si possiede, non si acquista, non si conclude. Quella con il sapere può essere piuttosto una relazione, una frequentazione. Chi vuole comprendere vuole avere. Chi vuole conoscere desidera essere. Occhio al paradosso, però. Per conoscere non basta riconoscere. E chi conosce viaggia verso il cuore profondo delle cose ben sapendo che è un viaggio senza fine. Conosce l’intimo segreto della linea dell’orizzonte. Che attira verso infiniti nuovi territori.

– Questi post io proprio non li capisco.

Come non detto.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Sound Design #14 “Sampling e Audio procedurale”

Ana Maria Edulescu - Listenining (2015).

Ana Maria Edulescu – Listenining (2015).

Forse avrei dovuto scegliere un titolo diverso. Una vocale che cambia, un punto di domanda e invece di dare un argomento avrei potuto porre una domanda: “Sampling o Audio procedurale?”. Un titolo sicuramente più d’effetto. Ma lasciare un punto interrogativo sapendo che non c’è una risposta adeguata sarebbe stato scorretto. Perché è la domanda stessa ad essere sbagliata. Non esiste infatti un’unica buona risposta. La scelta di uno o dell’altro approccio è del tutto vincolata al contesto. Dipende dagli obiettivi, dalle necessità di produzione, dal tempo a disposizione e anche dal budget. E poi non è neppure detto che le due tecniche non possano convivere.

«Perhaps the most interesting advantage, from an overall game development view, is the idea of automatically generating sounds. Because the growth of sound assets is combinatorial, the increasing size of virtual worlds means it’s becoming hard to generate enough assets for a game. A procedural audio engine that derives from the physics engine and model attributes like material, shape, velocity, etc., can provide sounds automatically.» A. Farnell

Da una parte il Sampling, ossia l’utilizzo di suono fissato, registrato e riprodotto sincronizzato a determinati eventi alla bisogna, dall’altra l’Audio procedurale, calcolato, sintetizzato estemporaneamente. Ad un capo la realtà del suono, catturata e rubata nella sua verità al mondo che ci circonda, all’altro il sogno di una dimensione sonora interamente artificiale. Sembra di guardare alla lontana dicotomia Musica Elettronica e Musica Concreta, anche se la questione, nell’ambito del sound design, non verte su ragioni estetiche, ma piuttosto di natura pragmatica. Il vantaggio del Sampling è evidente: il realismo. Ma evidente è anche il suo svantaggio: i campioni occupano molta memoria. Un universo sonoro vario e dettagliato può diventare ingestibile. Nell’Audio procedurale il vantaggio è proprio che ogni suono proviene da linee di codice, da formule matematiche. Non occupa molta memoria. Si possono poi introdurre dei parametri nella sua generazione che permettono di renderlo ogni volta differente: può simulare un modello fisico e rispondere del mondo virtuale che lo genera, vi si possono introdurre elementi di casualità. Si può fare in modo che, senza pesare sullo spazio in memoria, non ci siano mai due suoni identici. Ma anche in questo caso qualche svantaggio c’è. Programmare un suono è un lavoro decisamente più impegnativo (e specializzato) che registrarlo. Il realismo (laddove necessario) non è garantito. E comunque se non pesa sulla memoria, pesa sul processore, sul calcolo che deve essere effettuato. Con un vantaggio però: le risorse computazionali impiegate nella riproduzione di un campione sonoro sono fissate, quelle della sua sintesi, invece, sono variabili. Cento campioni riprodotti contemporaneamente costano cento volte uno, indipendentemente dal loro contenuto o dal loro volume. Indipendentemente dal loro peso su quello che realmente si sente. In un contesto di Audio procedurale il costo dipende dalla complessità dell’algoritmo, e si possono valutare strategie che eliminino contestualmente suoni in ogni caso mascherati.

«Skin has become inadequate in interfacing with reality. Technology has become the body’s new membrane of existence.» Nam June Paik

Una precisazione è però d’obbligo: varietà e realismo della dimensione sonora non sono obiettivi necessari nel sound design di un videogioco o di una qualsivoglia opera multimediale interattiva. Anzi, la riconoscibilità e la reiterazione di alcuni suoni assume in determinati contesti un ruolo di primaria importanza e di natura segnica. Ma varietà e realismo sono d’obbligo in quei contesti di mondo virtuale in cui i modelli di interazione fisica e il comparto grafico hanno raggiunto altissimi livelli di complessità e di credibilità. Andy Farnell ha espresso bene il problema, evidenziando i limiti e le problematiche principali della tecnica del Sampling quando viene utilizzata in questi specifici contesti: «il suono campionato non è altro che una registrazione. La limitazione che presenta da subito è che ha una durata fissata. Non ha importanza quanto si possano usare trucchetti per filtrarlo, missarlo, tagliarlo e sovrapporlo ad altri suoni, resta il fatto che i campioni sono processi unici. Una registrazione cattura il segnale digitale di un singolo evento, ma non i dettagli del suo comportamento. Ciò ha significato che l’approccio al sound design dei videogiochi sia stato fino ad ora interamente basato su eventi. Un approccio tradizionale che lega ogni azione ad un evento che è origine della riproduzione di un campione. Possono essere applicati effetti e trasformazioni […] ma nessuno di questi è in grado di riprodurre l’origine fisica di quel suono» (Farnell, Andy: Designing Sound, The MIT Press, 2010, traduzione dell’Autore).

Insomma si rischia di finire con l’interagire con un mondo virtuale visivamente e dinamicamente credibile che ha però un suono piatto e artificioso. Ed è l’interazione stessa a soffrirne. Cosa questa non da poco. Nel suo celebre The Art of Computer Design, Chris Crawford scrisse che nei videogiochi (potremmo oggi generalizzare il concetto espresso per ogni esperienza multimediale interattiva) «l’artista non crea l’esperienza stessa ma le condizioni e le regole per le quali il pubblico creerà la sua esperienza individuale.» E aggiunge poche pagine dopo: «l’aspetto più affascinante della realtà non risiede nel suo essere statico o nel fatto che ha una dinamica, ma piuttosto nelle modalità con cui essa cambia, l’intricata rete di cause ed effetti che stringe insieme tutte le cose. L’unico modo di rappresentare in modo appropriato questa rete è di consentire al pubblico di esplorare ogni sua piega e ogni suo angolo permettendogli di generare cause ed osservare effetti» (Crawford, Chris: The Art of Computer Design, McGraw-Hill/Osborne Media, 1984, traduzione dell’Autore). Ogni sua piega e ogni suo angolo. Con ogni senso a disposizione.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Il sound design è l’arte, la tecnica e il risultato della progettazione funzionale del suono. Quando il suono ha un obiettivo, quando il suono necessita di un controllo, allora c’è del sound design. Ogni opera multimediale, dal film al videogioco, dall’istallazione interattiva all’applicazione per telefono cellulare, ogni evento, dalla sfilata di moda alla presentazione di un prodotto, dalla festa alla celebrazione religiosa, ogni ambiente, dalla discoteca all’aeroporto, dal ristorante allo stand fieristico, ognuna di queste cose e situazioni necessita di sound design. Con questa serie di micro saggi affronto un tema ogni volta differente, appunti di viaggio nel mondo entusiasmante della progettazione sonora.

Fantascienza Musicale #2 “Dark Symphony”

È così raro trovare qualche corposo e significativo riferimento musicale nella letteratura fantascientifica che ho deciso di dedicare una rubrica alle mie scoperte di queste meravigliose incursioni.

Koontz - La Sinfonia delle TenebreIn copertina Parliament Venice, straordinario dipinto dall’atmosfera surreale di Ludovico de Luigi: è il volume 169 di Galassia (1972), La Sinfonia della Tenebre di Dean R. Koontz, quarta opera del prolifico scrittore americano pubblicata nel lontano 1969 (e oggi non più in stampa). Scritta negli anni della contestazione, benché rappresenti il futuro distopico di una città stato governata da Musicisti che vivono in palazzi di puro suono, di fatto è un acerbo romanzo di formazione di un Koontz ventenne che affronta il tema della fine delle certezze. «Riuscì a pensare una frase soltanto, e la mormorò con odio, con una voce contratta e torturata: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” Non vi fu risposta.» E ancora: «All’improvviso comprese che nessun figlio doveva qualcosa ai suoi genitori.» Altro che fantascienza. Qui è un ribollire di trame sociali e psicologiche che tirano in piedi una matassa che non si scioglie facilmente e a volte annoia.

Ma poi ci sono i passaggi, spassosissimi, che descrivono la gerarchia sociale del popolo dei Musicisti: «La chitarra. […] “Uno strumento eccellente, a modo suo”, ammise Frederic. “Uno strumento per sensibilità meno raffinate, e di un ordine sociale inferiore, senza dubbio, ma purtuttavia perfettamente rispettabile come strumento di IV classe”.» E la mitologia della religione dei Musicisti, affollata di celeberrimi compositori. E lo studio delle discipline musicali che ha il sapore di un addestramento militare, le armi soniche, le prove di resistenza alla malinconia… Un traboccare di trovate che ammiccano a musicisti e musicofili. E proprio – anche se forse solo – nel dar voce a queste idee il romanzo di Koontz brilla di una luce speciale e unica.

Ne consiglio la lettura in lingua originale. L’edizione italiana che ho letto io soffre di una traduzione terribile. Refusi a chili, consecutio temporum misteriose e registri linguistici che si alternano e si sovrappongono senza logica. L’edizione originale della Lancer si trova ancora senza grandi difficoltà e ad un prezzo ragionevole.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Veloce e facile

Stringi stringi, ci sono due modi di insegnare.

Il primo è quello più semplice, e offre la certezza di tante regolette, norme e nozioni. È il metodo dei manuali, quelli con la ‘m’ minuscola, fatto di trasparenti obiettivi e di comode – presunte – verità.

Il secondo è più tortuoso. Di tutto evidenzia sempre l’inafferrabile complessità. Insegna che il sapere è senza confini e in quanto tale l’apprendimento è un viaggio meraviglioso e senza fine. Insegna che non esistono regolette, norme e nozioni che possano imbrigliare il mondo: che quella che possediamo sarà sempre solamente una mappa di un territorio in continua evoluzione.

Il primo è veloce e facile. Il secondo richiede tempo e lascia mille dubbi.

Il testo della “Buona Scuola” ieri sera ha passato l’esame della VII Commissione cultura. Un altro passo a tempo di record nel processo di approvazione della riforma. Svelto e senza esitazioni. Veloce e facile. Veloce e facile.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

Racconto: “Tommaso”

Ancora la saga di Francesco, con un frammento sulla storia dei suoi genitori: su come in Tommaso nacque l’ossessione per il mare e su come si arrese all’immensità delle meraviglie di questa terra – e con loro a Lina.

Nella sua ventunesima estate Tommaso vide per la prima volta il mare. Senza battere ciglio si accovacciò e rimase immobile. I secondi lasciarono il passo ai minuti. E quell’immagine di grandezza si impresse saldamente nella sua memoria, dove sarebbe cresciuta a dismisura, ricordo di un ricordo, sogno dopo sogno, trasfigurando negli anni in un infinito vertiginoso.

Quel silenzio, è chiaro, venne inevitabilmente frainteso. D’altronde, nonostante fosse di indole mansueta, il taciturno Tommaso era ben noto in città per lasciar sempre ben intendere con lo sguardo cosa gli passasse per la testa. E quel contemplare estatico parve a Lina una conferma che Tommaso avesse inteso il suo discorso e lo approvasse in ogni punto. Un fiume incessante di parole iniziato quando ancora non si erano inerpicati sul promontorio, e che aveva trovato il suo culmine di fronte a quella cornice di tranquillità, scolpita per millenni dalla natura. Lontani da casa e, cosa più importante, dal padre di lei, rimasto qualche decina di metri più a valle a far abbeverare l’asino.

Tommaso, ammaliato dalla bellezza misteriosa di quell’immensa distesa d’acqua, non ebbe modo di accorgersi di ciò che stava accadendo, e quando riemerse dall’incanto, tutto era suo malgrado già ormai definito in ogni minimo dettaglio.

– Allora è deciso -, concluse Lina – appena torniamo ci sposiamo.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.

La donna che visse due volte

Mel Bonis

No, tranquilli tutti. Non è un post sullo splendido Vertigo (dal titolo italiano, appunto: La donna che visse due volte) di Alfred Hitchcock. Questo post è dedicato a musica tutta al femminile. Domani sera, sabato 2 maggio 2015, alle ore 21, andrà infatti in scena il quarto appuntamento della rassegna di conversazioni/concerto presso la Palazzina Liberty (Milano) dedicato alla vita e alle opere della compositrice Mel Bonis, una figura significativa della creatività femminile vissuta a Parigi a cavallo tra Ottocento e Novecento. La conversazione ruoterà intorno ad uno dei capolavori della Bonis, il Quartetto col pianoforte n.1, in si bemolle maggiore, Op.69, e sarà arricchita da esempi musicali collegati all’interessante vicenda biografica di questa donna rivoluzionaria, coraggiosa, ma allo stesso tempo ben inserita nella società e rispettosa delle convenzioni reazionarie della borghesia. A me l’arduo ruolo di ‘conversatore’. Per chi non potrà esserci pubblico qualche riga sulla Bonis e sul suo meraviglioso quartetto.

Credo che la storia di Mélanie Bonis (1858-1937) si possa riassumere interamente nel nome che decise di utilizzare per firmare le sue composizioni. Non uno pseudonimo, ma un ipocoristico: quel Mel diminutivo di Mélanie che non tradisce il nome proprio, ma ne nasconde inevitabilmente il femminile. Così, ancora oggi, se su qualche locandina o partitura leggiamo Mel Bonis, non possiamo immaginare che dietro quelle tre lettere si nascose (o meglio: protesse sé stessa e le sue opere) una donna. E proprio la scelta di non snaturare il proprio nome, ma di abbreviarlo soltanto, potrebbe essere la chiave di lettura dell’esistenza conflittuale di questa straordinaria figura vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento. Perché la Bonis visse contesa tra i valori e gli schemi rigidi e maschilisti della società in cui nacque, ed un’espressività, un desiderio di libertà, una vitalità ed una sensualità prorompenti. E in questo senso si può allora davvero scrivere che visse due volte. Due vite opposte e sovrapposte. Mel Bonis, l’artista, e Madame Domange, la moglie, la madre: la rispettabilissima ed elegante signora della borghesia parigina. Quella della Bonis è allora una storia fatta tutta di conflitti e di opposti: ci saranno due uomini nella sua vita, due sistemi di valori e due famiglie, due presenti, due passati e due futuri. Ma andiamo con ordine.

La sua biografia la racconta la pronipote, Christine Geliot, in un testo pubblicato una quindicina di anni fa: Mel Bonis – Femme et Compositeur, Editions L’Harmattan, 2000, Parigi. Il titolo già la dice lunga: probabilmente la Geliot scelse volutamente di accostare a ‘femme’, donna, il maschile ‘compositeur’, invece del più appropriato femminile ‘compositrice’. Con la congiunzione, ‘et’, a separare e ad unire i due termini contrastanti. Che poi di maschile nella personalità della Bonis c’è proprio poco: sia l’artista Mel Bonis, con la sua esuberante passionalità, che Madame Domange, moglie e madre esemplare, sono esempi di donne che vivono appieno la loro femminilità. Due aspetti diversi, due diversi modi di essere donna. Uno reazionario, conforme ai dettami della società francese di fine Ottocento, l’altro rivoluzionario, libero, tormentato ed emancipato.

Malgrado un’educazione rigida e tradizionale, che a tutto l’avrebbe destinata tranne che ad un futuro musicale, un amico di famiglia notò il talento della piccola Mélanie e convinse i genitori ad iscriverla al conservatorio. Qui studiò, tra gli altri, con César Franck, e fu compagna di compositori del calibro di Claude Debussy. Proprio in quel periodo adottò il diminutivo Mel per evitare che le sue composizioni fossero discriminate, ed incontrò Amédée Landély Hettich, anche lui musicista, di cui si innamorò perdutamente. Ma la famiglia della Bonis aveva pianificato una vita differente per la figlia: preoccupati dalla relazione con Hettich le fecero quindi abbandonare gli studi e la costrinsero al matrimonio con Albert Domange, vedovo, uomo d’affari, più vecchio di lei di oltre venticinque anni. Ecco allora venire alla luce Madame Domange, moglie e madre attenta e devota. Un ruolo che non smetterà mai, almeno all’apparenza, di ricoprire, anche quando incontrerà di nuovo Hattich, che diventerà suo amante, con il quale avrà una figlia che per anni dovranno nascondere a tutti, e che la spingerà a comporre ancora. In questi anni in cui le due diverse personalità si sovrappongono la Bonis vive l’equilibrio precario tra le sue due vite: è eletta addirittura segretario della prestigiosa Société des Compositeurs de Musique, e pubblica con l’editore Alphonse Leduc numerose partiture, e al tempo stesso non manca ai suoi doveri di Madame Domange, tra le infinite difficoltà nel nascondere la figlia illegittima.

Una vita travagliata che le consente però di produrre all’incirca trecento partiture: nel suo catalogo si trova di tutto, dalla musica per orchestra a quella sacra per coro, dalla più varia musica da camera a nove volumi di composizioni per pianoforte. Quantità e qualità da fare invidia ad un qualsiasi compositore professionista del suo tempo. Doveva pensarla così anche Saint Saëns, quando, dopo aver ascoltato il suo Quartetto col pianoforte n.1, in si bemolle maggiore, Op.69, affermò: «Non avrei mai pensato che una donna potesse comporre qualcosa di simile. Conosce ogni trucco del mestiere del compositore.» Complimento da gentiluomo… E così sembra che la pensò anche un critico dell’epoca, come riportato in Les compositrices françaises au XIXie siècle, Fayard, 2006, di Florence Launay: «Non avrei potuto pensare che il quarto movimento di questo quartetto potesse essere stato scritto da una donna; un complimento che vale anche per i movimenti precedenti.» Completato nel 1905, il quartetto in questione venne eseguito in prima assoluta a casa della stessa Bonis, che sedette al pianoforte per l’occasione. In quattro movimenti, Moderato; Intermezzo, allegretto tranquillo; Andante e Allegro ma non troppo, quest’opera vede l’incessante opposizione e trasfigurazione di temi e moti contrastanti: ora delicato e dolcissimo, ora tormentato e sognante. Come nell’Intermezzo in cui il gioco dei ribattuti e dei pizzicati regala atmosfere estatiche che concertano con sezioni agitate che ammiccano a giochi cromatici. O nell’intensità (e varietà) straordinaria del quarto tempo, audace eppure orecchiabile, viscerale e violento e che al tempo stesso corre veloce e senza peso.

Curiosi? Ci vediamo domani sera a Milano.

Cameriste Conversazioni 2 Maggio

Impegnate sulle pagine della Bonis saranno Le Cameriste Ambrosiane (Eleonora Matsuno – violino, Claudia Brancaccio – viola, Martina Rudic – violoncello) e, al pianoforte, Maria Semeraro. L’appuntamento fa parte del progetto L’altra metà della musica in collaborazione con l’Associazione culturale Mont Rose de la VdA, dedicato alla riscoperta ed alla valorizzazione del repertorio di compositrici donne dimenticate dalla storiografia ufficiale, e ha inoltre il patrocinio dell’Association Mel Bonis di Parigi, fondata e promossa dalla pronipote della compositrice.

© Giovanni Albini 2015, riproduzione riservata.