Tra Milano e Venezia

Veloce segnalazione. Il 2 e il 3 febbraio interverrò al Nexus Pavilion of Science, Technology and Art a Venezia, Simposio organizzato dalla Biennale di Venezia e dalla Commissione Europea – DG Connect. Straordinaria occasione per riflettere sulle connessioni (attuali e possibili) tra arte, tecnologia e scienza. Il programma dettagliato è in via di definizione. Peraltro ho anche da poco ricevuto una commissione dalla Biennale di Venezia per una composizione che sarà presentata nella prossima Biennale Musica (settembre/ottobre 2017) in cui le intelligenze artificiali la faranno da padrone, insediandosi quali compositori virtuali nei cellulari e nei tablet di tanti che vorranno partecipare a un’idea di concerto fuori dal comune. Inserirò qualche dettaglio sul blog a stretto giro.

Ricordo anche per la mattina di domenica 5 febbraio a Milano presso la Palazzina Liberty in Largo Marinai d’Italia, la conversazione-concerto Il Maestro e il Virtuoso – Intorno al Quintetto op.115 per clarinetto e archi di J. Brahms, nel contesto della XXIV stagione di Milano Classica. Introdurrò l’esecuzione del Quintetto Op. 115 di Brahms – anticipato da un movimento del Quintetto K581 di Mozart. Agli strumenti Le Cameriste Ambrosiane e Marco Giani. Dopo il concerto pubblicherò su queste pagine due parole su quanto esposto per chi non sarà riuscito a venire a trovarci.

Il Setticlavio

Ho appena introdotto in alcune classi il setticlavio. Repetita iuvant – verba volant, scripta manent.

Il termine setticlavio indica sia 1) il sistema delle posizioni delle chiavi sul pentagramma atto ad indicare l’altezza assoluta delle note ivi rappresentate e sia, come sarà in seguito approfondito, 2) la pratica del solfeggio parlato in sette distinte e specifiche chiavi, nonché, nel linguaggio comune, 3) un esercizio utile a tale pratica. Nello specifico il solfeggio setticlavio avviene nelle chiavi di violino, soprano, mezzosoprano, contralto, tenore, baritono e basso, così come il sistema delle posizioni considera esattamente le sette chiavi indicate. Da ciò il nome ‘setticlavio’ o, più raro, ‘seticlavio’; dal latino septem, ‘sette’, e clavis, ‘chiave’: sette chiavi. Si faccia attenzione al fatto che in musica le chiavi prendono nomi diversi se ci si riferisce al simbolo o alla sua posizione sul pentagramma. Ad esempio la chiave di Sol diventa chiave di violino se posta sul secondo rigo del pentagramma, così come la chiave di Fa è la chiave di basso quando posta sul quarto rigo, di baritono se posta sul terzo. La ragione storica dell’impiego di chiavi differenti è semplice: centrare sul pentagramma il registro della voce o dello strumento interessato evitando l’utilizzo di tagli addizionali.

Setticlavio

La pratica del setticlavio ha almeno due utilità. Innanzitutto (ed evidentemente) abitua alla lettura della musica in chiavi diverse da quelle più comuni di violino e di basso, affrontate queste ultime invece di norma nel tradizionale solfeggio parlato. Le chiavi di contralto e di tenore sono infatti ancora in uso nella notazione delle partiture di alcuni strumenti musicali, quali ad esempio la viola (chiave di contralto) e il violoncello, il fagotto e il trombone (chiave di tenore). Si potrebbe allora obiettare sul beneficio dello studio delle rimanenti tre chiavi, soprano, mezzosoprano e baritono, oggi in disuso, e comuni e utili in massima parte alla lettura invece di repertori ed edizioni precedenti il diciannovesimo secolo. Ma l’importanza per tutti dell’esercizio di lettura anche in quelle chiavi risiede nella seconda ragione didattica della pratica del setticlavio, ossia di esercizio propedeutico al trasporto di una linea melodica in tutte le possibili tonalità, necessario peraltro anche alla lettura delle parti degli strumenti traspositori. Si noterà difatti che le sette chiavi del setticlavio corrispondono esattamente ed esaustivamente alle sette possibilità per indicare la posizione delle sette note sul pentagramma. Ogni rigo e spazio del pentagramma può quindi, grazie ad ognuna delle sette chiavi, corrispondere ad ognuna delle sette note. Ciò è vero per il nome delle nota, a voler essere precisi per la classe di altezza, e non per la sua altezza assoluta: nella pratica del solfeggio ciò non è un problema poiché non si pronuncia l’ottava di appartenenza della nota, ma all’atto pratico, nell’analisi, nel canto o sullo strumento, occorrerà tener ben presente la posizione del do centrale, e decidere poi eventualmente se trasporre d’ottava o meno la parte che si sta leggendo.

L’esercizio nella lettura delle sette chiavi si può ricondurre ad almeno due differenti strategie di studio, entrambe volte a raggiungere una lettura fluida e ugualmente pronta e naturale in ognuna delle sette chiavi. Un primo approccio introduce le cinque nuove chiavi gradualmente, ed allena ad una lettura di esse indipendentemente dalle altre chiavi che si conoscono. Si impara ognuna delle nuove chiavi procedendo attraverso esercizi che si fanno via via più difficili e ricchi di salti, come si è affrontato il solfeggio parlato all’inizio degli studi, continuando fintanto che la chiave non è stata definitivamente assimilata. Utile a questo metodo di studio è la memorizzazione della posizione sui righi e sugli spazi di alcune note di riferimento (di norma il Do e/o il Fa) dalle quali dedurre in prima istanza le altre. Alcuni consigli per procedere nello studio secondo questo approccio: innanzitutto va sottolineato che quella di scrivere il nome delle note sotto il solfeggio non è una buona abitudine, ed è di scarsa utilità all’esercizio, poiché si finisce con il leggere il nome delle note piuttosto che con lo sforzarsi a riconoscerle. Ha senso invece se il nome viene poi coperto durante l’esercizio di lettura, e scoperto solo per verifica quando ritenuto necessario. Se proprio si è in difficoltà si potrebbe invece in alcuni esercizi sottolineare con colori diversi righi e spazi su cui poggiano il Do e il Fa, in modo simile a quanto effettuato nello schema precedente. In questo modo si contribuisce alla memorizzazione delle posizioni di riferimento. Una curiosità: l’arpa utilizza un metodo simile, avvalendosi di alcune corde colorate per riconoscere le altezze ed orientarsi nella distesa ipnotica di corde vicine che la caratterizzano. Inoltre, sebbene ad ogni chiave introdotta si possa avere la scoraggiante sensazione di ricominciare daccapo, va da sé che l’esercizio non prepara solo alla lettura delle nuove chiavi, ma allena anche ad aprire la mente all’orientamento su nuove posizioni delle note sul pentagramma: insomma, ogni nuova chiave dovrebbe risultare un poco più semplice di quella precedente.

Altro approccio è quello di pensare alle cinque chiavi di soprano, mezzosoprano, contralto, tenore e baritono in riferimento a quelle di soprano e di basso: immaginarsi quindi in una specifica di queste due ultime chiavi e poi leggere una o due note sopra o sotto l’altezza che si trova. Ad esempio in chiave di tenore si immagina di essere in chiave di violino e poi si legge una nota sotto: tutti i do sono si, tutti i si sono la e così via. Nello specifico si leggono: la chiave di soprano come violino due note sotto, di contralto come violino la nota sopra, mezzosoprano come basso la nota sopra, tenore violino la nota sotto, baritono come basso due note sopra. Malgrado questo metodo, una volta memorizzato come comportarsi, sia decisamente più veloce da apprendere, è da sottolineare che presenta alcune criticità. Innanzitutto rischia di creare confusione sull’ottava di appartenenza delle note che si vanno a leggere: le chiavi di riferimento infatti aiutano certamente ad individuare il nome della nota interessata, ma in un’ottava diversa da quella reale. Inoltre questo metodo richiede una perfetta (nonché uguale) conoscenza delle chiavi di violino e di basso, per nulla scontata nei primissimi anni di studio e che si esercita solitamente con una continua lettura nell’endecalineo, pratica a volte trascurata nei manuali che propongono esercizi avanzati di solfeggio parlato solo nella chiave di violino.

Screenshot di settiClavio (versione 1.0).

Screenshot di settiClavio (versione 1.0).

Per chi volesse ho programmato un software che compone infiniti solfeggi di setticlavio, settiClavio, disponibile per tutti i dispositivi Android a questo link. Si possono selezionare le chiavi che sono presenti nell’esercizio, e si può verificare che si sta solfeggiando correttamente abilitando e disabilitando durante la lettura il nome delle note.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Articoli su argomenti di teoria musicale e cultura musicale generale. Liberi pensieri, infografiche, dispense e articoli scientifici. Approfondimenti, nozioni, norme, regole e ragionamenti su temi noti e meno noti.

Classiche conversazioni milanesi

Locandina della stagione 2016-2017 di Milano Classica.

Locandina della stagione 2016-2017 di Milano Classica.

XXIV stagione di Milano Classica, 2016-2017. Da segnalare le conversazioni-concerto, intreccio di musica e dialogo con il pubblico che vede all’opera i ‘conversatori’ Matthieu Mantanus, Quirino Principe, Lorenzo Carruga, Pinuccia Carrer e il sottoscritto. Interverrò domenica 5 febbraio, ore 10:45 in Palazzina Liberty – Milano, per l’evento Il Maestro e il Virtuoso – Intorno al Quintetto op. 115 per clarinetto e archi di Johannes Brahms; agli strumenti Le Cameriste Ambrosiane e Marco Giani.

Racconto (?): “Le cattedrali notturne”

William Congdon - India, Temples No.1 (1954).

William Congdon – India, Temples No.1 (1954).

Non ricordo quale popolo antichissimo sostenne che il futuro è alle nostre spalle, che percorriamo il nostro destino camminando all’indietro – inevitabilmente alla cieca – lo sguardo volto ad un passato che sfugge in prospettiva e si perde all’orizzonte. Ebbene, mi succede spesso, soprattutto la notte, di soffrire l’angosciosa incertezza del domani e di avventurarmi, cercando un qualche conforto, nella fitta foresta dei miei ricordi. In principio è tutto un intricato labirinto di memorie pulsanti: mi lambiscono e mi trascinano nei loro profumi densi, nei colori vividi, nelle trame che sento come radici sotto i piedi, come foglie tra le mani e tra i capelli. Ma passo a passo, più mi allontano dal presente più la mia foresta sembra come lasciarsi avvolgere da una lieve foschia, si fa silenziosa, immobile e a tratti impenetrabile. Fino a che passeggio in un arido deserto di pietra, e quelli che furono alberi, fiori e cespugli sono ora fossilizzati in muri e colonne, in un tempio buio che il tempo lentamente erode. E non rimane infine che sabbia mentre in lontananza sembra di distinguere le alte e inaccessibili cattedrali delle occasioni mancate, delle alternative, dell’immaginazione. Rinuncio a capire il tempo e ritorno alle piccole paure del presente. Stanco del lungo viaggio prendo nuovamente sonno e mi perdo in qualche sogno.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Due conferenze

Conferenze Luglio 2016
Segnalo due appuntamenti: domani, 1 luglio 2016, interverrò alla giornata di studi La dinamica della percezione, Castello Visconti di San Vito – Somma Lombardo (Varese), ore 15; il giorno seguente terrò una lezione per Conoscenza in festa – desiderio, metodi e nuovi saperi, sede Fondazione CRUP – Udine, sempre alle ore 15. Nella prima parlerò dell’ipotesi di alcune percezioni di rimando indotte dall’ascolto di determinati percorsi armonici (passando per un po’ di geometria e teoria dei grafi); nella seconda strizzerò l’occhio alle intelligenze artificiali musicali, alle reti neurali, con una puntatina alle opinioni di Andrew Keen per finire con alcune considerazioni su delle splendide installazioni multimediali di Roberto Pugliese. Chi vuol essere lieto, sia.

Il libro di sabbia, dei solfeggi

Solfeggio

«Lo aprii a caso. La scrittura mi era sconosciuta. Le pagine, che mi sembrarono consumate e di tipografia scadente, erano stampate su due colonne alla maniera di una bibbia. Il testo era fitto ed era ordinato in versetti. Sugli angoli superiori delle pagine c’erano numeri arabi. Mi colpì che la pagina pari portasse il numero (mettiamo) 40.514 e la seguente pagina dispari il numero 999. La voltai; l’altro lato aveva un numero di otto cifre. Vi era una piccola illustrazione, come si vede spesso nei dizionari: un’ancora disegnata a penna, come dalla mano maldestra di un bambino. Fu allora che lo sconosciuto mi disse: “La guardi bene. Non la vedrà mai più”.» J. L. Borges

Forse dovrei leggere letteratura meno astratta e sognante. Ma l’ispirazione per i miei progetti sarebbe allora meno nobile. Ecco insomma in poche parole la nuova follia a cui sto lavorando: il libro infinito di solfeggi. Ne genererà di sempre nuovi, di ogni tipo, con vari aiuti abilitabili per facilitare la didattica e l’apprendimento e permetterà di decidere nel minimo dettaglio cosa contengono gli esercizi. Includerà inoltre un manuale completo di tecnica del solfeggio. Ci lavoro da poco più di una settimana, implementando ovviamente un po’ di librerie che avevo già sviluppato di intelligenza artificiale musicale, e sembra crescere bene. Sarà in italiano per Windows. Se verrà bene tradurrò in inglese e valuterò anche versioni per iOS e Android. Non so ancora se e quanto costerà e su che canali verrà eventualmente venduto.

Un passo per volta.

Una pagina di codice per volta.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Il mercante abissino

"Market Place Outside the Gates of Cairo", Leopold Carl Muller, 1878

Leopold Carl Muller, “Mercato alle porte de Il Cairo” (1878).

In un assolato pomeriggio d’estate un mercante mi raccontò della sua terra e delle bizzarre genti che l’abitavano. Mi disse, non senza suscitare incredulità e stupore, di provenire da un villaggio presso il quale era proibito anche solo nominare i defunti. Così che quando qualcuno spirava nessuno ne dava notizia, e l’imbarazzo che suscitava il nome del morto nel ciarlare distratto di qualche sprovveduto – o di un forestiero ignaro – diventava l’unica prova tangibile del trapasso avvenuto. Le persone, e con loro ogni cosa andata, svanivano dalle bocche e dai pensieri, mentre era invece diffusa la strana abitudine di riferire incessantemente dei cari ancora in vita, come a voler radicare la loro presenza con l’ausilio della parola. Quasi si temesse che a non trovarli nei discorsi questi sarebbero inevitabilmente scomparsi.

Accortosi che non prestavo particolare attenzione alle sue carabattole e che stavo per allontanarmi, lo straniero rincarò la dose. Mi narrò quindi del villaggio attiguo al suo natale, anch’esso contraddistinto da un misterioso tabu. Tra quelle genti era infatti per converso vietato riferirsi a qualcuno ancora in vita. Si riteneva deprecabile il tentativo di racchiudere nella logica di un discorso la complessità in divenire di ogni essere, vivente e non. Di una cosa o di una persona era possibile parlare solo quando questa fosse ormai compiuta e non prima di allora.

Io continuavo a non trovare particolare interesse per le merci e il caldo della penombra di quella rozza bancarella iniziava a sfinirmi, per quanto trovassi tuttavia estremamente divertenti e paradossali i racconti dell’abissino, nonché i capricci beffardi del destino nell’accoppiare i vicini su questa terra. Il mercante non si decideva a mollare la presa e mi raccontò infine del perché lasciò il suo villaggio e si mise a vagare per il mondo. Mi confidò di essersi innamorato parecchi anni addietro di una giovane del villaggio contiguo. Non potendo descriverle ciò che provava senza scandalizzarla e oltraggiare la sua cultura si rassegnò ad amarla segretamente e finì con l’assistere al suo sposalizio con un altro uomo, secondo le complicate tradizioni di quel popolo che ben mi raccontò ma che ora non riesco a ricordare. Solo allora, asciugata ogni speranza, lei avrebbe potuto ascoltare la sua confessione d’amore. Ma ormai, essendo esaurita ogni passione, era lui a non poterne (e volerne) più parlarne. Scappò allora da lei, da quei luoghi e da quelle antiche leggi ed interdizioni. E approdò a quel mercato, con le sue cianfrusaglie cariche di simboli arcani e misteriosi tanto quanto la sua gente e le sue storie.

Evitai di precisare che avrebbe potuto manifestare il suo amore anche senza proferire una singola parola, finsi di commuovermi, comprai un minuscolo ed economico monile, e ritornai nella confusione della folla.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Meno dodici

Meno dodici

La sera del 31 maggio 2013 ho chiuso gli occhi senza sapere se il giorno dopo mi sarei risvegliato. Quello che alla mattina era stato solo un fastidioso formicolio alle dita si era trasformato in poche ore nella paralisi della mia parte destra, mi aveva privato della parola e mi annebbiava la vista. Le difficoltà nel comunicare quanto stavo male, la corsa in ambulanza, gli esami, i ritmi asimmetrici e stordenti della risonanza magnetica, i medici che andavano e venivono e mi ritrovai sfinito e confuso in un letto della Stroke Unit del Mondino di Pavia. Mi addormentai neanche troppo preoccupato del mio destino. Soffrivo dolori di un’intensità terribile. Volevo solo che tutto finisse. Trombosi venosa cerebrale. La scampai. E segnò un momento importante. Uno di quelli che determina necessariamente un prima e un dopo. Che mette in discussione le scelte, l’identità e le sicurezze.

Oggi rileggo quei momenti in un libro straordinario. Quando mi risvegliai al mio fianco c’era Pierdante: lo avevano ricoverato in coma in seguito ad un incidente stradale. Quando riprese conoscenza il suo ultimo ricordo datava 25 ottobre 2001. Più di undici anni di vita volatizzati. Racconta la sua esperienza in un libro fresco di pubblicazione edito da Mondadori: “Meno dodici: perdere la memoria e riconquistarla. La mia lotta per ricostruire gli anni e la vita che ho dimenticato.” Racconta quei giorni in cui ci siamo trovati nella stessa trincea. A sorreggerci e proteggerci. Brothers in arms. E poi la riconquista, passo per passo, della sua vita, della sua identità, della sua famiglia. Devo tanto al mio amico Pier, ha un ruolo importante nel mio dopo. Mi riempie di commozione e di gioia leggere la sua storia e la sua rivincita, e nel mio piccolo averne fatto parte.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.

Matteo 26,24

Antichi graffiti dell'isola di Sulawesi.

Antichi graffiti dell’isola di Sulawesi.

Il vecchio lasciava che le foto gli scivolassero tra le dita. E teneva gli occhi chiusi per evitare che uno di quei ricordi lo invadesse, trascinando la memoria in una vertiginosa allucinazione. Non gli restava molto. L’unico desiderio era andarsene dolcemente. Perdendosi in un ronzio lontano, nei rumori che provenivano dalla strada soffocati dalle tende e prima ancora dai vetri spessi. Intanto le foto bruciavano in un rogo improvvisato e portavano con sé il peso di ogni istante. Liberavano l’uomo dalla certezza di essere esistito. Finché non fu che la cenere e il vecchio poté esalare sereno il suo ultimo respiro.

Ed eccola allora la voce lieve di un dio beffardo, o di un suo emissario o della coscienza miserabile di chi non è più su questa terra: «rivivrai ora nuovamente, eternamente ed incessantemente tutta la tua vita, attimo per attimo. Impotente di fronte al dolore tuo e di chi ti circonda. Vedrai ogni occasione persa, ogni sorriso mancato, ogni piaga che hai stuzzicato. Tuoi saranno tutti i rimorsi e tutti i rimpianti: il silenzio che hai cercato ti sarà insopportabile.» E del vecchio non fu più nulla.

© Giovanni Albini 2016, riproduzione riservata.